martedì 15 luglio 2014

Il jazz prima del jazz


Il 20 novembre 1901 nasce a Montevideo José Leandro Andrade, il calciatore uruguaiano più celebre e la prima stella internazionale della storia del calcio.

Andrade, primattore della Celeste nella prima metà del secolo scorso (31 presenze), ha vinto il primo titolo mondiale (1930), tre volte la Copa America (1923, 1924, 1926) e gli ori olimpici di Parigi 1924 e Amsterdam 1928.
In Uruguay, Andrade ha indossato le maglie di Bellavista (1923/25), Nacional Montevideo (1925/30), Peñarol (1930/32, un titolo nazionale) e Montevideo Wanderers (1932/1933). Nel 1932 ha anche disputato un campionato di clausura in Argentina con l'Atlanta di Buenos Aires.

Calciatore dalla perfetta lettura di gioco in fase sia di contenimento che d'impostazione, Andrade è considerato il primo grande regista difensivo della storia del calcio capace di imporsi grazie alla sua cifra tecnica di eleganza ai tempi inarrivabile ma anche per una prestanza atletica al di sopra delle parti. 

Mediano atipico, la Maravilla Nigra colpiva spesso i palloni in movimento e di 'mezza altezza' (altrimenti difficilmente controllabili) facendo perno sul terreno di gioco con un braccio: un unicum nella storia del calcio mondiale.

Andrade è morto a Montevideo il 5 ottobre 1957.

Secondo voci dal riscontro non del tutto attendibile, Andrade avrebbe subito da adolescente diverse vicissitudini a sfondo razziale (unico calciatore di colore del suo tempo) che ne tardarono l'ascesa calcistica; rimasto gravemente leso all'occhio sinistro durante la semifinale olimpica di Amsterdam nel 1928 contro l'Italia, le sue condizioni di vista sarebbero peggiorate fino alla pressochè completa cecità; sarebbe morto dimenticato, alcolizzato e in miseria. 

Secondo autoimposta istanza di non intromissione, io preferisco figurarlo mentre educa con grazia e dedizione un pesante pallone di cuoio scuro. Siempre en el vestir con celeste camisa.

Fabio Disingrini

sabato 12 luglio 2014

"George Best non era nessuno"


Tutti conoscono George Best sia dentro che fuori dal campo, ma pochissimi conoscono Robin Friday. 

Morto a 38 anni, tre giorni prima del Natale del 1990, ha lasciato il segno soprattutto con la maglia del Reading e del Cardiff City. Al grande pubblico è sconosciuto, ma le sue serpentine hanno scritto la storia delle divisioni minori inglesi.

Il suo talento era semplicemente straordinario. Straordinario e unico. Aveva una capacità incredibile di demolire le difese avversarie, ma era unico anche negli eccessi: droghe, alcool, donne, risse e follie.

Si capisce subito che tipo di carriera avrà: l'Hayes, una delle prime squadre di Friday, è pronto per scendere in campo, ma dopo dieci minuti è ancora in dieci uomini. Robin arriva direttamente dal pub dello stadio ed è completamente ubriaco: ciò non gli impedisce di raccogliere il pallone a pochi minuti dal termine e di segnare il gol della vittoria.

Durante una sfida al Luton Town, il portiere avversario si rifiuta di stringergli la mano dopo uno scontro di gioco: Robin non la prende bene, recupera il pallone immediatamente, segna e gli lancia il segno della V, uno dei più offensivi in Inghilterra.

I Super Furry Animals, gruppo nato a Cardiff, decide di prendere quella immagine e renderla copertina dell'album del 1996 "The Man Don't Give a Fuck". Il titolo non ha bisogno di traduzioni.

"Questo disco è dedicato a Robin Friday, un anticonformista che ha vissuto ogni secondo della sua vita con un'intensità mostruosa. Friday non solo faceva il gesto a V a portieri che non riuscivano a fermarlo, ma anche a chiunque abbia mai cercato di limitarlo o intimidirlo. E' stato un eroe dei sobborghi, l'unico a far apparire George Best un peso piuma della trasgressione".

Friday è uno che non si faceva incatenare da nessuno: in campo e fuori. Uscito dal riformatorio, conosce una ragazza di colore Maxine e ci fa un figlio. A quei tempi le coppie interrazziali non erano viste di buon occhio. Non un problema per Robin, che si difenderà più volte e anche molto bene.

Prima del suo secondo matrimonio, viene visto fuori dalla chiesa mentre prepara uno spinello, durante il ricevimento farà scattare una rissa tra gli invitati.

Si sposerà tre volte e divorzierà altrettante, ma Robin Friday è uno che odia "sul campo tutti gli avversari. Non mi importa niente di nessuno. La gente pensa che sono pazzo, lunatico. Io sono un vincente".

lunedì 7 luglio 2014

L'ultimo lampo della Saeta Rubia


Non erano gli anni d'oro del Grande Real. Per noi no. 

Alfredo Di Stefano si è spento. Tutti se lo ricordano come grande attaccante dei blancos, quelli capaci di vincere le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni.

Storie di Fútbol lo ricorda come uno dei migliori giocatori prodotti e lanciati dal River Plate. Capocannoniere del campionato mentre faceva il servizio militare, ha cambiato il calcio mondiale. La Saeta Rubia ha riscritto il modo di giocare a calcio: ha fatto tutto e lo ha fatto bene.

Don Alfredo ha indossato la Banda nel 1945 e tra il 1947 e il 1949. Faceva parte di quella squadra “che ha giocato come una macchina”, come scriveva El Grafico. Proprio “La Maquina” è la squadra che ha inventato il calcio totale. Al Monumental di Buenos Aires, Moreno, Pedernera, Labruna e Di Stefano hanno dominato il calcio 30 anni prima degli olandesi: “quel River era la Bauhaus del calcio”, scrive Martin Mazur.

Nel'alfabeto Millonario, la 'G' si ripete tre volte: ganar, gustaer e golear. Noi aggiungiamo la quarta: Gracias Alfredo Di Stefano.

“Il mio orto è grande 105 metri per 70”.

venerdì 4 luglio 2014

I predicatori nel deserto del Soccer


Titoli a tutta pagina sui giornali; il Presidente Barack Obama, l’uomo più potente della terra, che si improvvisa capo-tifoso alla Casa Bianca; dati di audience per le partite della Nazionale che triturano quelli delle finali Nba. Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo fino a nemmeno 20 anni fa: negli Stati Uniti è esplosa la ‘soccer fever’, la febbre del calcio. Un intero popolo ad appassionarsi per le vicende della selezione a stelle e strisce, tifando in massa e improvvisandosi anche critico calcistico quando apprende della mancata convocazione della star Landon Donovan. Sembra incredibile l’evoluzione che il calcio ha vissuto in un Paese dove solo qualche anno addietro chi ci giocava era etichettato come una ‘fighetta’ e chi esultava per un successo rischiava l’arresto, come avvenne ad alcuni sventurati nel 1982 a Little Italy dopo la vittoria Mondiale da parte dell’Italia.
Il calcio ha attecchito anche lì dove gli anticorpi sembravano più forti; merito di un ottimo lavoro che parte dai giovani e dalle scuole, che culmina in un campionato, la Major League Soccer, che dopo i primi anni di stenti ora funziona benissimo e attrae giocatori sempre più importanti e nuovi investitori. Ma un po’ di merito, se vogliamo, va anche a chi, in passato, ha provato a scardinare l’eterna diffidenza statunitense verso il gioco che si fa con i piedi, provando a creare la prima, vera grande lega professionistica calcistica a stelle e strisce: era la NASL, la North American Soccer League, il campionato che a suo modo segnò una pagina di storia del pallone.
Nata nel 1968 dalla fusione tra USSA e NPSL, la NASL partì subito tra mille difficoltà, con pessimi riscontri sul piano del seguito e perdendo dopo poco tempo squadre per strada. A dare una svolta ci pensò, nel 1971, la coppia formata da Ahmet e Nesuhi Ertegün, originari della Turchia e proprietari dell’etichetta discografica Atlantic Records, che insieme al presidente della Time Warner Steve Ross diedero vita ai New York Cosmos, la franchigia che negli anni si imporrà come la compagine nella quale si identificherà l’intero movimento calcistico made in Usa. Tutto questo grazie ai corposi fondi messi a disposizione dai proprietari, che permisero l’arrivo oltreoceano di stelle come Carlos Alberto, Giorgio Chinaglia, Johan Neeskens, Franz Beckenbauer, fino al più grande di tutti: Pelé, la ‘perla nera’, arrivato nel 1975. Fu quello l’anno dell’inizio dell’età dell’oro, coi Cosmos a dominare un campionato il cui seguito cresceva sensibilmente, e dove arrivarono anche novità regolamentari atte ad aumentare lo spettacolo, come gli shoot-out, surrogati dei calci di rigore per decidere il risultato in caso di parità.
Tra franchigie che spuntavano come funghi, majorettes in campo e creazione di iniziative parallele come i campionati indoor, la NASL reggette fino al 1982, quando si cominciarono a sentire gli effetti della crisi: il torneo perse sette squadre, e soprattutto perse il contratto televisivo con la ABC, che non digeriva la scarsa audience delle partite. Da lì in poi, fu una agonia nemmeno troppo lenta, conclusasi nel 1984 con la chiusura dei battenti dopo la vittoria finale dei Chicago Sting: l’anno dopo, la NASL dichiarò fallimento, vittima di un incontrollato e non qualificato gigantismo e della incapacità gestionale dei proprietari, poco avvezzi al mondo del soccer, lì dove la logica del business raramente funziona.

La pletora di campioni sbarcati negli States, alla fine, si rivelò essere solo un gruppo di predicatori nel deserto, protagonisti di stagioni brevi e intense, ma poi evaporate come una bolla di sapone. Di calcio negli Stati Uniti si tornerà a parlare seriamente solo nel 1994, quando si disputò lì la fase finale della Coppa del Mondo. Due anni dopo, partirà la Mls, oggi vertice della piramide del soccer, un mondo che sta vivendo un periodo di floridità incredibile. E dove è tornata a inserirsi anche la storica sigla NASL, che oggi rappresenta una specie di Serie B statunitense (non esiste il sistema di promozioni e retrocessioni), e dove, guarda il caso, giocano proprio i New York Cosmos vincitori, al primo anno di partecipazione, dell’edizione 2013 del torneo. Non sono più i Cosmos di Pelé e Chinaglia, semmai sono quelli di Alessandro Noselli, bomber delle serie minori italiane, dell’ispano-brasiliano Marcos Senna e di Danny Szetela, ma il pedigree di vincenti non si perde negli anni…
Christian Liotta

giovedì 3 luglio 2014

En el nombre del pulpero



Poche squadre incarnano le Storie di Fútbol quanto il Club Atlético Peñarol, fondato il 28 settembre 1891 a Montevideo (originariamente con il nome di Central Uruguay Railway Cricket Club) grazie al proselitismo della considerevole comunità italiana - perlopiù di origine piemontese - residente in Uruguay e all'immancabile iniziativa della legazione britannica (El Club Atlético Peñarol fue fundado el 28 de Setiembre de 1891, gracias al impulso de 118 empleados y obreros del Ferrocarril Central del Uruguay, de los cuales 72 eran de nacionalidad inglesa, 45 uruguayos y uno alemán).

Nel 1770 el pulpero Giovan Battista Crosa, maestro della corale di Pinerolo, si trasferì a Montevideo diventando in breve tempo uno dei più facoltosi possidenti terrieri della città. Intorno ai poderi di Crosa sorse il Barrio Peñarol, in nome del decoro della natia cittadina piemontese.

Il Peñarol ha vinto 42 titoli nazionali (47 se considerati i tioli vinti dal CURC prima della moderna qualificazione dell'equipo avvenuta il 14 marzo 1914), 5 coppe Libertadores (nelle prime due edizioni del 1960 e '61, nel '66, nell'82 e nell'87, sconfiggendo in finale rispettivamente l'Olimpia de Asuncion, il Palmeiras Sao Paulo, il River Plate, il Cobreloa Calama e l'America Cali) e 3 coppe Intercontinentali (1961, Benfica-Penarol 1-0/0-5; 1966, Penarol-Real Madrid 2-0/2-0; 1982, Penarol-Aston Villa 2-0).

Los colores amarillo y negro a franjas verticales de la indumentaria son tan viejos como el distintivo ferroviario, como el propio ferrocarril, y hacen honor al "Rocket", locomotora de Sthephenson, vencedora de una prueba de aptitud en 1829.

José Leandro Andrade, Alcides Ghiggia (autore della rete decisiva nella finale mondiale 1950, Uruguay-Brasile 2-1, al Maracanã di Rio de Janeiro), Juan Alberto Schiaffino, Julio César Abbadie, Rodolfo Sansone, Obdulio Varela, Roque Máspoli, Luis Cubilla, Diego Perez, Carlos Borges, Braulio Castro, Cefelino Camacho, Victor Hugo Diogo, Julio Cesar Cortés, Pedro Rocha, Isabelino Gradìn, Diego Aguirre, Washington Ortuno, José Luis Chilavert e Ladislao Mazurkiewicz sono i mirasoles più celebri.

In Europa hanno giocato gli aurinegros Paolo Montero, Josè Perdomo, Rubén Walter Paz, Carlos el pato Aguilera, Antonio Pacheco, Dario Silva, Federico Magallanes, Diego 'El Cachavacha' Forlan, Walter 'El Rifle' Pandiani, Jorge Casanova, Carlos Diogo, Pablo 'El Canario' Garcia, Guillermo Giacomazzi e Marcelo Zalayeta.

Pepe Juan Alberto Schiaffino (undici anni e cinque titoli nazionali con il Penarol) ha giocato nel Milan dal 1954 al '60 (tre scudetti) e nella Roma per due stagioni (1961 e '62), vanta 21 presenze, 8 gol e il Mondiale 1950 con la Celeste e 4 presenze con la nazionale italiana ai mondiali del '58.

Il Peñarol disputa gli incontri casalinghi del campionato nazionale all'Estadio Las Acasas, eccezion fatta per i superclassici con gli storici rivali del Nacional Montevideo, abitualmente giocati nell'Estadio Centenario - monumento del fútbol mundial - e teatro, il 30 luglio 1930, della prima finale mondiale (Uruguay-Argentina 4-2). Il Centenario (così chiamato perchè inaugurato nel 1930, cent'anni dopo la promulgazione della Costituzione della Repubblica Uruguaiana) è lo stadio designato per tutti gli incontri casalinghi della Celeste.

Un giorno impresso nel mio vivo ricordo, in un silenzio carico di presenze ho incontrato un giovane uomo di grave sembianza e sovrana inquietudine su una strada polverosa di Los Caños de Meca. Aveva il viso di un pallore uniforme color tela greggia, con zigomi alti ed esposti, occhi scuri come l'abisso e lunghi capelli sciolti sulla schiena nerboruta.
Avrei pensato di imbattermi in Kaiser Soze o in Martìn Fierro se non fosse stato per uno scudo gentilizio - vistoso blasone con undici stelle - tatuato sul torso scoperto, all'altezza del cuore incalzato da esagitate palpitazioni.

Ritengo senza soluzione di continuità che la sua unica animata fede si chiamasse Peñarol.

Fabio Disingrini

mercoledì 2 luglio 2014

Quel mona d'un Beatle



Il 15 ottobre del 1967 perde la vita in un tragico incidente Gigi Meroni, autentico fuoriclasse del Torino. Il destino beffardo volle che a investirlo fu Attilio Romero, futuro presidente del Toro. Una gestione non certa fortunata la sua, culminata con il fallimento della società nel 2005.

Luigi Meroni cresce nelle giovanili del Como, squadra con la quale approda nel calcio professionistico, nel campionato di serie B. Nel 1962 passa al Genoa e debutta nel massimo campionato; la sua consacrazione definitiva avviene due anni più tardi con il passaggio al Torino. Colleziona 103 presenze e un totale di 22 gol con la maglia granata.

Con la nazionale italiana gioca in sei occasioni, segnando due gol (uno dei quali, splendido, alla nazionale Argentina in un’amichevole di preparazione ai mondiali inglesi). Partecipa alla tragi-comica spedizione inglese della nazionale ai campionati del Mondo del 1966, dai quali l’Italia fu estromessa per opera della Corea del Nord del dentista-bomber Pak Do Hik.

Giocatore estroso, elegante e agilissimo, con una grande capacità nel dribbling, un’ottima visione di gioco e un buon senso del gol. Aveva una marcia in più rispetto agli avversari che spesso, frustrati dalle sue ripetute finte e contro-finte, erano costretti ad atterrarlo in area di rigore; indubbiamente una delle ali destre più talentuose che abbiano mai calcato i campi di serie A.

Un suo fantastico gol, un pallonetto di interno destro a girare finito proprio sotto l’incrocio dei pali, interruppe la serie positiva della grande Inter del mago Helenio Herrera che durava da tre anni.

Gigi era soprattutto un anticonformista, amava portare capelli lunghi e barba folta, ascoltava i Beatles e coltivava un’energica passione per la pittura e per la musica jazz.

Fu un precursore in termini di look, anticipando tendenze e mode degli anni a venire; forte di una grande sensibilità artistica, si disegnava abiti e cravatte; caratteristici del suo stile erano gli inseparabili occhiali a goccia. Un atteggiamento questo, una disposizione nei confronti della vita che gli provocò le inimicizie della stampa e l’indignazione dei benpensanti, rappresentanti di un’Italia "bigotta e bacchettona", poco incline a tollerare personaggi eccentrici e comportamenti stravaganti.

A completare il quadro l’immancabile femme fatal, la splendida Cristiana, ragazza italo-polacca che, per amore di Gigi, abbandonò il marito; la convivenza dei due innamorati nella mansarda in pieno centro di Gigi causò scandali e indignazioni collettive.

Il sommo Gianni Brera scrisse di lui: «Fu simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti».

Difficilmente accettava schemi e regole predefinite, tanto che accettò di tagliarsi i capelli solo in occasione della prima convocazione in azzurro; quando poi il commissario tecnico Fabbri gli chiese una seconda volta di sistemarsi la folta chioma lui si rifiutò, affermando di aver già dimostrato di saper giocare a pallone anche con i capelli lunghi.

Forse questo contribuì alla decisione di Fabbri di impiegarlo con il contagocce durante i mondiali inglesi. La stampa fu sempre ostica con lui, per usare un eufemismo, definendolo "zingaro", "vagabondo", "squallido personaggio" e lo attaccò ingiustamente per l’eliminazione dell’Italia dai mondiali del 1966, dal momento che venne lasciato in panchina per tutta la durata dell’incontro con la Corea.

I tifosi lo amavano comunque alla follia, tanto da organizzare una vera e propria sommossa popolare per impedire il trasferimento di Gigi agli acerrimi rivali cittadini, quando il passaggio alla Juventus sembrava ormai inevitabile (l’Avvocato Agnelli offrì mezzo miliardo per l’acquisto del giocatore).

Un ragazzo estroverso, che sapeva anche sdrammatizzare le grandi pressioni e le cattiverie a cui lo sottoponeva la stampa con alcune trovate geniali, come quando si fece fotografare con una gallina al guinzaglio per le strade di Como, perché la stampa potesse scrivere qualcosa su di lui, oppure quando si prese gioco del paron Nereo Rocco, suo allenatore al Toro, presentando la fidanzata Cristiana come sua sorella e introducendola così senza alcun impedimento nel ritiro della squadra.

Il paron era solito chiamare Gigi «quel mona d’un Beatle»; tra gli altri soprannomi ricordiamo "Calimero", "Il quinto Beatle", "il George Best italiano" e "la farfalla granata" (titolo della biografia di Gigi Meroni scritta da Nando Dalla Chiesa).

Gigi non ha abbandonato la sua passione per il calcio, dal momento che tuttora è solito giocare interminabili partite per raccontare la più grande Storia di Fútbol mai sbocciata del tutto in Italia.

Paolo Pegoraro