sabato 30 luglio 2016

Finding Pirlo



E' assolutamente evidente come gli Stati Uniti stiano cercando in tutti i modi di far crescere il pubblico legato al calcio. Baseball, basketball, football e hockey raccolgono ancora la maggior parte del pubblico legato allo sport USA, nonostante il Mondiale 1994 abbia cercato in qualche modo di sdoganare il Soccer in Nord America, riuscendoci forse meno del previsto.

A distanza di 22 anni, la Major League Soccer si è allargata molto, ha raggiunto le 20 squadre, mantenendo quella divisione necessaria a causa delle enormi distanze che separano le squadre, le Conferences: Western contro Eastern, dieci da una parte, dieci dall'altra, le prime sei di ciascun girone vanno ai playoff. Niente di più americano.

E allora se sei in vacanza da queste parti, vuoi non cercare qualsiasi evento sportivo nell'area metropolitana di New York? La risposta è la seguente: 30 luglio ore 15, New York City Football Club-Colorado Rapids allo Yankee Stadium, la prima della Eastern Conference (33 punti, 22 gare giocate, 9 vittorie, 7 pareggi, 6 sconfitte), contro la seconda della Western (38 punti, 20 partite, 10 W, 2 L, 8 pari). Si va a caccia di Andrea Pirlo

Ero molto incuriosito dall'american experience legata allo sport, soprattutto al calcio, al soccer.

Il New York City FC è una squadra nuova, fondata nel 2013, ma che ha iniziato a partecipare alla MLS nel 2015 (qui la storia), andando subito a giocarsi il derby dell'Hudson River contro i New York Red Bulls. La distinzione tra le due squadre è molto semplice: il NYCFC si è autoproclamato squadra della città, riunendo i 5 quartieri cittadini sotto lo stesso colore, l'azzurro, mentre i Red Bulls, essendo di base nel New Jersey, vengono considerati come i vicini scomodi.

Fatta questa lunga premessa, possiamo iniziare.

Ciò che immediatamente salta all'occhio è che una partita di calcio venga giocata in uno stadio nato, pensato e costruito per il baseball. Alcuni settori dello stadio sono conseguentemente non paralleli al campo, ma questo non crea comunque nessun problema ai circa 25mila presenti.



L'approccio è esattamente come ce lo si può aspettare: a 10 minuti dall'inizio della partita, molti sono ancora in coda per entrare, la priorità è assicurarsi una bella birra ghiacciata, accompagnata dall'immancabile hot dog e poco male se ci si perde il calcio d'inizio. Eppure è il pregara a essere una delle parti migliori: l'orgoglio americano, in questo caso cittadino, spinge i tifosi a sentirsi già legati alla squadra pur essendo di recente fondazione, complice la riunione dei 5 quartieri: Queens, Brooklyn, Staten Island, Manhattan e il Bronx, che ospita anche lo stadio.


Diversi video accompagnano il riscaldamento, fino ad arrivare all'annuncio delle formazioni, l'immancabile inno americano e a un countdown che si conclude con il calcio d'inizio, che spinge i tifosi a scandire per bene N-Y-C e un sottofondo magico, Baba O'Riley degli Who.

Il racconto della gara lo affidiamo ai media locali (qui), piuttosto preferiamo raccontare ciò che succede attorno. Nel corso della partita, più volte le telecamere indugiano sul pubblico presente sugli spalti con maglie di Chelsea, Juventus, Inter e altre squadre che saluta, balla, mangia e beve, quasi ignorando ciò che succede in campo, che non è molto a dire la verità. Al 29esimo del primo tempo, Pirlo ricicla un pallone con un velo che solo lui può immaginare, la palla scappa sulla sinistra, cross in mezzo e Lampard, con il solito inserimento alla Lampard, batte Howard per il gol dell'1-0. Intanto ha iniziato a piovere, qualche fulmine si mostra sul cielo di New York City (Godzilla sei tu?), così l'arbitro è costretto a fermare la partita.



Tutti negli spogliatoi per una mezz'ora abbondante, una pausa forzata, ma meno pesante del previsto. Molti tifosi cercano di ripararsi dalla pioggia, rifugiandosi ovviamente nei bar, la musica si alza e si continua a salutare, ballare, mangiare e bere. In tribuna stampa, l'ambiente non è troppo diverso: ovviamente non si balla e non si canta, ma si mangia e si beve. Verso la fine del primo tempo, con circa ancora dieci minuti da giocare, sempre dagli spalti arriva un'altra sorpresa: la banda, che ha il compito di disturbare gli avversari in occasione dei calci d'angolo, un po' come succede nel basket con i tiri liberi.  Niente di più americano.

Nell'intervallo, lo spettacolo torna sugli spalti con un quiz che permette ai tifosi di vincere un paio di biglietti per un concerto (What!?!), qualche sciarpa e sopratutto un video in cui Lampard e Harrison, entrambi britannici, giocano con le differenze tra l'inglese british e l'inglese USA. Provate a immaginare dei giocatori che si prendono in giro nell'intervallo di una partita di Serie A...



Finita la partita, 5-1 con tripletta di Lampard, i giornalisti scendono in sala stampa per le conferenze dei due mister e poi dentro gli spogliatoi, come succede anche negli altri sport made in USA, un aspetto impossibile da esportare nel calcio europeo, dove lo spogliatoio viene visto come un luogo sacro. E quando sembra arrivato il momento del grande incontro con Andrea Pirlo tutto svanisce: il suo armadietto è già vuoto.



"He's very quick", mi fanno sapere. Sarà per un'altra volta.

La MLS ha delle potenzialità impressionanti e una grande sfida: unire le qualità delle grandi leagues americane dentro e fuori dal campo (NHL, NFL, NBA) allo spettacolo del calcio europeo. Una missione difficile da completare, ma in caso di esito positivo l'epicentro del calcio mondiale potrebbe spostarsi oltreoceano.

mercoledì 27 agosto 2014

Da Farinos a Moti


Ci sono Storie di Fútbol note a tutti. Ci sono Storie di Fútbol che rischiano di passare inosservate. Ci sono Storie di Fútbol che scrivono la storia. 

La storia di Cosmin Moti prende forma a partire dai minuti finali di Ludogorets-Steaua Bucarest. Playoff, anzi, per noi romantici ancora preliminari di Champions League: l'andata finisce 1-0 per i rumeni, il ritorno si chiude al 90' con lo stesso risultato grazie ad un super gol di Wanderson.

La partita si trascina lentamente verso i rigori, ma lo Steaua ci prova: Fernando Varela, lanciato in profondità, salta Stoyanov. Il portiere dei campioni di Bulgaria è costretto al fallo con conseguente cartellino rosso. Il Ludogorets è in dieci e ha finito i cambi: in porta ci va Cosmin Moti.

La punizione che segue il fallo di Stoyanov viene deviata in angolo e, sul tiro della bandierina, lo stesso Moti esce bene con i pugni. Si arriva ai rigori.

Moti segna il primo e si mette in porta. Ne para due: Paul Pirvulescu e Cornel Rapa vengono neutralizzati da un difensore centrale. Lo Steaua Bucarest viene eliminato da un ragazzo che ha giocato per anni nella Dinamo Bucarest, acerrima rivale del club campione di Romania. Mezza Bucarest si dispera, l'altra metà esulta grazie a un suo vecchio giocatore.

Conoscevamo già la crudeltà del Fútbol ma, ci perdonino i tifosi dello Steaua, questa sera abbiamo tifato tutti per il Ludogorets e per Cosmin Moti.

martedì 15 luglio 2014

Il jazz prima del jazz


Il 20 novembre 1901 nasce a Montevideo José Leandro Andrade, il calciatore uruguaiano più celebre e la prima stella internazionale della storia del calcio.

Andrade, primattore della Celeste nella prima metà del secolo scorso (31 presenze), ha vinto il primo titolo mondiale (1930), tre volte la Copa America (1923, 1924, 1926) e gli ori olimpici di Parigi 1924 e Amsterdam 1928.
In Uruguay, Andrade ha indossato le maglie di Bellavista (1923/25), Nacional Montevideo (1925/30), Peñarol (1930/32, un titolo nazionale) e Montevideo Wanderers (1932/1933). Nel 1932 ha anche disputato un campionato di clausura in Argentina con l'Atlanta di Buenos Aires.

Calciatore dalla perfetta lettura di gioco in fase sia di contenimento che d'impostazione, Andrade è considerato il primo grande regista difensivo della storia del calcio capace di imporsi grazie alla sua cifra tecnica di eleganza ai tempi inarrivabile ma anche per una prestanza atletica al di sopra delle parti. 

Mediano atipico, la Maravilla Nigra colpiva spesso i palloni in movimento e di 'mezza altezza' (altrimenti difficilmente controllabili) facendo perno sul terreno di gioco con un braccio: un unicum nella storia del calcio mondiale.

Andrade è morto a Montevideo il 5 ottobre 1957.

Secondo voci dal riscontro non del tutto attendibile, Andrade avrebbe subito da adolescente diverse vicissitudini a sfondo razziale (unico calciatore di colore del suo tempo) che ne tardarono l'ascesa calcistica; rimasto gravemente leso all'occhio sinistro durante la semifinale olimpica di Amsterdam nel 1928 contro l'Italia, le sue condizioni di vista sarebbero peggiorate fino alla pressochè completa cecità; sarebbe morto dimenticato, alcolizzato e in miseria. 

Secondo autoimposta istanza di non intromissione, io preferisco figurarlo mentre educa con grazia e dedizione un pesante pallone di cuoio scuro. Siempre en el vestir con celeste camisa.

Fabio Disingrini

sabato 12 luglio 2014

"George Best non era nessuno"


Tutti conoscono George Best sia dentro che fuori dal campo, ma pochissimi conoscono Robin Friday. 

Morto a 38 anni, tre giorni prima del Natale del 1990, ha lasciato il segno soprattutto con la maglia del Reading e del Cardiff City. Al grande pubblico è sconosciuto, ma le sue serpentine hanno scritto la storia delle divisioni minori inglesi.

Il suo talento era semplicemente straordinario. Straordinario e unico. Aveva una capacità incredibile di demolire le difese avversarie, ma era unico anche negli eccessi: droghe, alcool, donne, risse e follie.

Si capisce subito che tipo di carriera avrà: l'Hayes, una delle prime squadre di Friday, è pronto per scendere in campo, ma dopo dieci minuti è ancora in dieci uomini. Robin arriva direttamente dal pub dello stadio ed è completamente ubriaco: ciò non gli impedisce di raccogliere il pallone a pochi minuti dal termine e di segnare il gol della vittoria.

Durante una sfida al Luton Town, il portiere avversario si rifiuta di stringergli la mano dopo uno scontro di gioco: Robin non la prende bene, recupera il pallone immediatamente, segna e gli lancia il segno della V, uno dei più offensivi in Inghilterra.

I Super Furry Animals, gruppo nato a Cardiff, decide di prendere quella immagine e renderla copertina dell'album del 1996 "The Man Don't Give a Fuck". Il titolo non ha bisogno di traduzioni.

"Questo disco è dedicato a Robin Friday, un anticonformista che ha vissuto ogni secondo della sua vita con un'intensità mostruosa. Friday non solo faceva il gesto a V a portieri che non riuscivano a fermarlo, ma anche a chiunque abbia mai cercato di limitarlo o intimidirlo. E' stato un eroe dei sobborghi, l'unico a far apparire George Best un peso piuma della trasgressione".

Friday è uno che non si faceva incatenare da nessuno: in campo e fuori. Uscito dal riformatorio, conosce una ragazza di colore Maxine e ci fa un figlio. A quei tempi le coppie interrazziali non erano viste di buon occhio. Non un problema per Robin, che si difenderà più volte e anche molto bene.

Prima del suo secondo matrimonio, viene visto fuori dalla chiesa mentre prepara uno spinello, durante il ricevimento farà scattare una rissa tra gli invitati.

Si sposerà tre volte e divorzierà altrettante, ma Robin Friday è uno che odia "sul campo tutti gli avversari. Non mi importa niente di nessuno. La gente pensa che sono pazzo, lunatico. Io sono un vincente".

lunedì 7 luglio 2014

L'ultimo lampo della Saeta Rubia


Non erano gli anni d'oro del Grande Real. Per noi no. 

Alfredo Di Stefano si è spento. Tutti se lo ricordano come grande attaccante dei blancos, quelli capaci di vincere le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni.

Storie di Fútbol lo ricorda come uno dei migliori giocatori prodotti e lanciati dal River Plate. Capocannoniere del campionato mentre faceva il servizio militare, ha cambiato il calcio mondiale. La Saeta Rubia ha riscritto il modo di giocare a calcio: ha fatto tutto e lo ha fatto bene.

Don Alfredo ha indossato la Banda nel 1945 e tra il 1947 e il 1949. Faceva parte di quella squadra “che ha giocato come una macchina”, come scriveva El Grafico. Proprio “La Maquina” è la squadra che ha inventato il calcio totale. Al Monumental di Buenos Aires, Moreno, Pedernera, Labruna e Di Stefano hanno dominato il calcio 30 anni prima degli olandesi: “quel River era la Bauhaus del calcio”, scrive Martin Mazur.

Nel'alfabeto Millonario, la 'G' si ripete tre volte: ganar, gustaer e golear. Noi aggiungiamo la quarta: Gracias Alfredo Di Stefano.

“Il mio orto è grande 105 metri per 70”.

venerdì 4 luglio 2014

I predicatori nel deserto del Soccer


Titoli a tutta pagina sui giornali; il Presidente Barack Obama, l’uomo più potente della terra, che si improvvisa capo-tifoso alla Casa Bianca; dati di audience per le partite della Nazionale che triturano quelli delle finali Nba. Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo fino a nemmeno 20 anni fa: negli Stati Uniti è esplosa la ‘soccer fever’, la febbre del calcio. Un intero popolo ad appassionarsi per le vicende della selezione a stelle e strisce, tifando in massa e improvvisandosi anche critico calcistico quando apprende della mancata convocazione della star Landon Donovan. Sembra incredibile l’evoluzione che il calcio ha vissuto in un Paese dove solo qualche anno addietro chi ci giocava era etichettato come una ‘fighetta’ e chi esultava per un successo rischiava l’arresto, come avvenne ad alcuni sventurati nel 1982 a Little Italy dopo la vittoria Mondiale da parte dell’Italia.
Il calcio ha attecchito anche lì dove gli anticorpi sembravano più forti; merito di un ottimo lavoro che parte dai giovani e dalle scuole, che culmina in un campionato, la Major League Soccer, che dopo i primi anni di stenti ora funziona benissimo e attrae giocatori sempre più importanti e nuovi investitori. Ma un po’ di merito, se vogliamo, va anche a chi, in passato, ha provato a scardinare l’eterna diffidenza statunitense verso il gioco che si fa con i piedi, provando a creare la prima, vera grande lega professionistica calcistica a stelle e strisce: era la NASL, la North American Soccer League, il campionato che a suo modo segnò una pagina di storia del pallone.
Nata nel 1968 dalla fusione tra USSA e NPSL, la NASL partì subito tra mille difficoltà, con pessimi riscontri sul piano del seguito e perdendo dopo poco tempo squadre per strada. A dare una svolta ci pensò, nel 1971, la coppia formata da Ahmet e Nesuhi Ertegün, originari della Turchia e proprietari dell’etichetta discografica Atlantic Records, che insieme al presidente della Time Warner Steve Ross diedero vita ai New York Cosmos, la franchigia che negli anni si imporrà come la compagine nella quale si identificherà l’intero movimento calcistico made in Usa. Tutto questo grazie ai corposi fondi messi a disposizione dai proprietari, che permisero l’arrivo oltreoceano di stelle come Carlos Alberto, Giorgio Chinaglia, Johan Neeskens, Franz Beckenbauer, fino al più grande di tutti: Pelé, la ‘perla nera’, arrivato nel 1975. Fu quello l’anno dell’inizio dell’età dell’oro, coi Cosmos a dominare un campionato il cui seguito cresceva sensibilmente, e dove arrivarono anche novità regolamentari atte ad aumentare lo spettacolo, come gli shoot-out, surrogati dei calci di rigore per decidere il risultato in caso di parità.
Tra franchigie che spuntavano come funghi, majorettes in campo e creazione di iniziative parallele come i campionati indoor, la NASL reggette fino al 1982, quando si cominciarono a sentire gli effetti della crisi: il torneo perse sette squadre, e soprattutto perse il contratto televisivo con la ABC, che non digeriva la scarsa audience delle partite. Da lì in poi, fu una agonia nemmeno troppo lenta, conclusasi nel 1984 con la chiusura dei battenti dopo la vittoria finale dei Chicago Sting: l’anno dopo, la NASL dichiarò fallimento, vittima di un incontrollato e non qualificato gigantismo e della incapacità gestionale dei proprietari, poco avvezzi al mondo del soccer, lì dove la logica del business raramente funziona.

La pletora di campioni sbarcati negli States, alla fine, si rivelò essere solo un gruppo di predicatori nel deserto, protagonisti di stagioni brevi e intense, ma poi evaporate come una bolla di sapone. Di calcio negli Stati Uniti si tornerà a parlare seriamente solo nel 1994, quando si disputò lì la fase finale della Coppa del Mondo. Due anni dopo, partirà la Mls, oggi vertice della piramide del soccer, un mondo che sta vivendo un periodo di floridità incredibile. E dove è tornata a inserirsi anche la storica sigla NASL, che oggi rappresenta una specie di Serie B statunitense (non esiste il sistema di promozioni e retrocessioni), e dove, guarda il caso, giocano proprio i New York Cosmos vincitori, al primo anno di partecipazione, dell’edizione 2013 del torneo. Non sono più i Cosmos di Pelé e Chinaglia, semmai sono quelli di Alessandro Noselli, bomber delle serie minori italiane, dell’ispano-brasiliano Marcos Senna e di Danny Szetela, ma il pedigree di vincenti non si perde negli anni…
Christian Liotta

giovedì 3 luglio 2014

En el nombre del pulpero



Poche squadre incarnano le Storie di Fútbol quanto il Club Atlético Peñarol, fondato il 28 settembre 1891 a Montevideo (originariamente con il nome di Central Uruguay Railway Cricket Club) grazie al proselitismo della considerevole comunità italiana - perlopiù di origine piemontese - residente in Uruguay e all'immancabile iniziativa della legazione britannica (El Club Atlético Peñarol fue fundado el 28 de Setiembre de 1891, gracias al impulso de 118 empleados y obreros del Ferrocarril Central del Uruguay, de los cuales 72 eran de nacionalidad inglesa, 45 uruguayos y uno alemán).

Nel 1770 el pulpero Giovan Battista Crosa, maestro della corale di Pinerolo, si trasferì a Montevideo diventando in breve tempo uno dei più facoltosi possidenti terrieri della città. Intorno ai poderi di Crosa sorse il Barrio Peñarol, in nome del decoro della natia cittadina piemontese.

Il Peñarol ha vinto 42 titoli nazionali (47 se considerati i tioli vinti dal CURC prima della moderna qualificazione dell'equipo avvenuta il 14 marzo 1914), 5 coppe Libertadores (nelle prime due edizioni del 1960 e '61, nel '66, nell'82 e nell'87, sconfiggendo in finale rispettivamente l'Olimpia de Asuncion, il Palmeiras Sao Paulo, il River Plate, il Cobreloa Calama e l'America Cali) e 3 coppe Intercontinentali (1961, Benfica-Penarol 1-0/0-5; 1966, Penarol-Real Madrid 2-0/2-0; 1982, Penarol-Aston Villa 2-0).

Los colores amarillo y negro a franjas verticales de la indumentaria son tan viejos como el distintivo ferroviario, como el propio ferrocarril, y hacen honor al "Rocket", locomotora de Sthephenson, vencedora de una prueba de aptitud en 1829.

José Leandro Andrade, Alcides Ghiggia (autore della rete decisiva nella finale mondiale 1950, Uruguay-Brasile 2-1, al Maracanã di Rio de Janeiro), Juan Alberto Schiaffino, Julio César Abbadie, Rodolfo Sansone, Obdulio Varela, Roque Máspoli, Luis Cubilla, Diego Perez, Carlos Borges, Braulio Castro, Cefelino Camacho, Victor Hugo Diogo, Julio Cesar Cortés, Pedro Rocha, Isabelino Gradìn, Diego Aguirre, Washington Ortuno, José Luis Chilavert e Ladislao Mazurkiewicz sono i mirasoles più celebri.

In Europa hanno giocato gli aurinegros Paolo Montero, Josè Perdomo, Rubén Walter Paz, Carlos el pato Aguilera, Antonio Pacheco, Dario Silva, Federico Magallanes, Diego 'El Cachavacha' Forlan, Walter 'El Rifle' Pandiani, Jorge Casanova, Carlos Diogo, Pablo 'El Canario' Garcia, Guillermo Giacomazzi e Marcelo Zalayeta.

Pepe Juan Alberto Schiaffino (undici anni e cinque titoli nazionali con il Penarol) ha giocato nel Milan dal 1954 al '60 (tre scudetti) e nella Roma per due stagioni (1961 e '62), vanta 21 presenze, 8 gol e il Mondiale 1950 con la Celeste e 4 presenze con la nazionale italiana ai mondiali del '58.

Il Peñarol disputa gli incontri casalinghi del campionato nazionale all'Estadio Las Acasas, eccezion fatta per i superclassici con gli storici rivali del Nacional Montevideo, abitualmente giocati nell'Estadio Centenario - monumento del fútbol mundial - e teatro, il 30 luglio 1930, della prima finale mondiale (Uruguay-Argentina 4-2). Il Centenario (così chiamato perchè inaugurato nel 1930, cent'anni dopo la promulgazione della Costituzione della Repubblica Uruguaiana) è lo stadio designato per tutti gli incontri casalinghi della Celeste.

Un giorno impresso nel mio vivo ricordo, in un silenzio carico di presenze ho incontrato un giovane uomo di grave sembianza e sovrana inquietudine su una strada polverosa di Los Caños de Meca. Aveva il viso di un pallore uniforme color tela greggia, con zigomi alti ed esposti, occhi scuri come l'abisso e lunghi capelli sciolti sulla schiena nerboruta.
Avrei pensato di imbattermi in Kaiser Soze o in Martìn Fierro se non fosse stato per uno scudo gentilizio - vistoso blasone con undici stelle - tatuato sul torso scoperto, all'altezza del cuore incalzato da esagitate palpitazioni.

Ritengo senza soluzione di continuità che la sua unica animata fede si chiamasse Peñarol.

Fabio Disingrini