lunedì 30 giugno 2014

"Cambiatevi quelle cazzo di maglie!"



Uno potrebbe aspettarsi una simile frase da un tecnico di qualche campionato regionale. Invece no, fu Sir Alex Ferguson a imporre un cambio di maglie ai giocatori del Manchester United.

E' il 13 aprile del 1996, il Manchester United insegue il double (Premier-FA Cup), ma al termine del primo tempo, è sotto 3-0 con il Southampton, squadra costretta a vincere per non retrocedere. Si gioca nello storico impianto The Dell e i Red Devils hanno solo tre punti di vantaggio sul Newcastle. Il primo tempo è un incubo per la squadra rossa di Manchester: Ken Monkou, Neil Shipperley e Matt Le Tissier regalano un triplo vantaggio ai Saints.

All'intervallo, nello spogliatoio degli ospiti, ci si aspetta un Ferguson pronto a puntare il dito contro chiunque e a cambiare qualcosa.

Cambierà sì, ma non i giocatori: “Toglietevi quelle maglie, adesso vi cambiate!”, tuonò Fergie. Il Manchester United utilizzava una maglia grigia e, nelle cinque gare in cui è stata usata, i Red Devils hanno ottenuto un pareggio e quattro sconfitte.

Nella ripresa, lo United scende in campo con una maglia a righe bianche e blu, ma non basterà: la partita finisce 3-1, ma il titolo andrà comunque al Manchester United che vincerà le tre gare finali della stagione e alzerà anche la FA Cup contro il Liverpool.

“I giocatori non riuscivano a vedersi in campo. Appena alzavano la testa perdevano troppo tempo a trovarsi tra loro. Non c'entra niente la superstizione. Questo club è stato 26 anni senza vincere il campionato e non abbiamo cambiato la maglia rossa, quindi non c'entra niente”, si giustificò nell'immediato post partita Fergie.

Quella maglia grigia, che doveva essere usata anche per la stagione successiva, non vedrà mai più la luce: “La Football Association ci diede una multa di dieci mila sterline, ma non ho mai speso soldi così bene”, ricorda con il sorriso Sir Alex.

P.S Grazie anche a questa vittoria per 3-1, il Southampton si salvò all'ultima giornata, grazie alla differenza reti. Indovinate chi retrocesse? Il Manchester City. Capito, Sir Alex...

giovedì 26 giugno 2014

I disegni del 14


E' troppo facile evidenziare quelle che sono le differenze del calcio moderno con quello degli anni passati. Non parliamo di romanticismo, non parliamo di soldi, non parliamo di grandi campioni. Parliamo di dettagli.

Sono i dettagli a creare la differenza tra un campione e un fuoriclasse, tra una vittoria e una sconfitta, tra 'un quasi gol' e l'albo d'oro e, proprio nell'albo d'oro dei Mondiali, manca una delle squadre più forti di sempre: l'Olanda di Johan Cruijff.

E' il 1974, si gioca la decima edizione del campionato del Mondo, la prima senza Coppa Rimet (il Brasile l'ha alzata per la terza volta nel cielo di Città del Messico, battendo l'Italia in finale quattro anni prima). Si gioca in quella che era la Germania Ovest uno dei Mondiali più politici della storia, secondo solo a quello che si giocherà in Argentina nel 1978.

La Germania alzerà la prima Coppa del Mondo della storia, la seconda dopo la Rimet del '54, proprio contro gli Oranje, ma è la sfida tra due fratelli che infiamma il marketing e incide anche sulle maglie del Mondiale.

Adolf Dassler fonda nel 1922 l'Adidas e con il padre e il fratello inizia a produrre le prime scarpe sportive dopo la prima guerra mondiale. Due anni dopo, però, Rudolf, fratello di 'Adi', decide di fondare la Gebrüder Dassler Schuhfabrik, quella che nel 1948 diventerà la Puma Schuhfabrik Rudolf Dassler, nota a tutti semplicemente come Puma.

Al Mondiale, una delle principali stelle del calcio mondiale, Johan Cruijff è testimonial della Puma, ma l'Olanda ha come sponsor tecnico l'Adidas. L'elegante numero 14 è uno a cui piace dare fastidio, in campo e fuori, soprattutto alla federazione olandese (su storiedifutbol.blogspot.com trovate la sua mancata partecipazione al Mondiale 1978). Uno dei tanti aspetti che non va giù a Johan riguarda proprio la sponsorizzazione.

“Io sono uomo 'Puma', conseguentemente mi rifiuto di scendere in campo con le tre strisce dell'Adidas”, tuona Cruijff. I capi della delegazione olandese si guardano spaesati. Questo qua non ne vuole sapere, le tre strisce non le mette. In fondo, sono solo tre strisce. No.

Come fare? Non c'è due senza tre è un detto che non vale per uno come Crujiff e allora via una striscia: la maglia 14 arancione avrà solo due strisce sulle maniche. La maglia del 14 è unica, unica come chi la indossa. Il primo disegno è completato.

Il secondo, invece, avviene in campo. Non è una vittoria, non è un gol, non è un assist. 19 giugno, si gioca a Dortmund la seconda giornata della prima fase a gironi. L'Olanda affronta la Svezia dopo aver battuto ad Hannover quattro giorni prima l'Uruguay.


La squadra di Georg Ericson ha costruito una gabbia su misura per Cruijff. Gli Oranje non sfondano. Gli svedesi sfruttano la maggior potenza fisica, ma in quanto a tecnica non ce n'è: gli olandesi sono nettamente superiori.

Lato corto dell'area di rigore, il centrocampista Janne Olsson si ritrova nell'insolita posizione di terzino destro, perché ha il compito di essere l'ombra di Cruijff. Il '14' non sa più cosa inventarsi quando i due si trovano affiancati, spalle alla porta.
Qui si completa il secondo disegno: Johan finge di rigiocare indietro il pallone, Olsson abbocca e, con l'interno del piede destro, Cruijff si fa scorrere il pallone tra le gambe. E' nato il Cruijff Turn, uno dei disegni più belli mai visti all'interno del rettangolo verde.

Ah, la partita finirà 0-0, ma quella è un'altra Storia di Fútbol e, a dirla tutta, neanche così interessante...


mercoledì 25 giugno 2014

"Io sono una ponta"


Anno 1980: è l’estate della tanto attesa riapertura delle frontiere, con la possibilità di ingaggiare uno straniero per squadra, riforma annunciata e poi saltata già un paio di anni prima (con l’Inter che, per dirne una, dovette rinunciare all’ingaggio già formalizzato di Michel Platini) e formalizzata dopo la penuria tattica e tecnica offerta dal campionato precedente, falcidiato oltretutto dallo scandalo del Totonero che portò alla retrocessione a tavolino di Milan e Lazio. Si muovono tutte o quasi le squadre di Serie A, tra cui la Pistoiese, fresca di storica prima promozione nella massima serie. Pistoiese che, come altri club, si muove verso il mercato brasiliano in cerca di un possibile campione che possa stuzzicare la fantasia dei tifosi arancioni. E arriva lui.
Adocchiato dall’allenatore in seconda Giuseppe Malavasi durante una partita tra Ponte Preta e Comercial, dove realizzò una doppietta, Luis Silvio Danuello, ventenne dalla ricca capigliatura e dalla buona corsa, oltre che, sembrava, dotato di gran fiuto del gol, era l’uomo giusto: grazie alla mediazione di Juan Figer, arriva in Toscana per la somma di 170 milioni firmando un contratto di sette (!) anni. Giunto in Italia, Luis Silvio viene dipinto come il bomber ideale per la Serie A. Ma c’è già chi ode sirene d’allarme, quando Paulo Roberto Falcao, giunto quell’anno alla Roma, interrogato su Danuello si limitò a dire: “Non so chi sia”.
Quando si trattò di scendere in campo, la verità si rivelò essere ancora più dura: Luis Silvio, semplicemente, non c’entrava nulla con la Serie A. O meglio, non era affatto quel giocatore che fu presentato ai tifosi: in attacco non ne azzeccava una, qualcosina in più riusciva semmai a fare quando si spostava verso la fascia, e capiremo che non era per caso. Il destino era già scritto: mentre la Pistoiese si inabissava sul fondo della classifica fino alla retrocessione, lui spariva pian piano dalla scena, finendo prima in panchina poi in tribuna, per poi tornare in patria senza nemmeno chiedere il consenso al club. Ebbe anche la faccia tosta di ripresentarsi l’estate del 1981 per chiedere parte dello stipendio, ma la Pistoiese rispedì al mittente senza troppi perché la richiesta.
Luis Silvio alimenterà in Italia una serie di leggende metropolitane sul suo conto: si disse che la partita che gli valse il viaggio in Toscana fu tutta programmata con l’intervento proprio di Figer per fargli fare bella figura; si arrivò a dire che non fosse nemmeno un calciatore e fu abbinato ai mestieri più disparati, dal pizzaiolo al venditore di gelati allo stadio, fino addirittura all’attore porno. La verità, però, la ristabilì Luis Silvio in persona qualche anno fa, alla Gazzetta dello Sport: semplicemente, l’equivoco Luis Silvio nacque da una vocale, un termine definito linguisticamente ‘falso amico’. Un dirigente della Pistoiese gli chiese quando arrivò in Italia se fosse una punta, ovvero un attaccante; lui equivocò con ‘ponta’, ovvero ala, quello che era il suo ruolo naturale, e rispose affermativamente. E il suo mestiere una volta smesso di giocare fu rivenditore di ricambi per attrezzature industriali, di certo non la pornostar.
Tutta colpa di una vocale, quindi, se Luis Silvio è diventato l’archetipo del bidone per eccellenza; e pazienza se quell’anno arrivarono altri stranieri deludenti, come il connazionale Eneas (con Luis Silvio nella foto), sconfitto dall’eccessiva saudade e dal gelo di Bologna (e la cui vita si interruppe prematuramente per un tragico incidente), o come Neumann all’Udinese e Fortunato al Perugia. Non sapremo mai se, schierato nel suo vero ruolo, avesse potuto avere un destino diverso; di certo, Luis Silvio ha a suo modo lasciato traccia, e ancora oggi a Pistoia non pochi lo ricordano con tenerezza…
Christian Liotta

lunedì 23 giugno 2014

La squadra che inventò il Tiki Taka e fulminò Arrigo Sacchi


Un paese con una piccola popolazione che a livello calcistico non aveva mai né vinto né prodotto nulla, tranne una qualificazione alla Coppa del Mondo del ’62 e un secondo posto alla Coppa America del ‘75. Questa era la Colombia. Questa era la Colombia nel panorama mondiale del calcio.
Tutto questo fino alla fine degli anni ’80, quando la Federazione decide di affidare la nazionale (i Cafeteros) a Francisco Maturana, un ex giocatore che aveva avuto una discreta carriera nell’Atletico Medellin, nel Deportes Tolima e nell’Atletico Bucaramanga.
La sua prima esperienza come allenatore fu alla guida dell'Once Caldas di Manizales, con la quale ottiene un buon piazzamento in campionato.
In quella piccola realtà, Maturana in soli sei mesi era riuscito a dare la sua identità di gioco: possesso palla, gioco corto, linea difensiva a zona con un modulo che assomigliava molto a un 4-2-2-2.

Il primo vero successo fu, alla guida dell’Atletico Nacional, la vittoria della Coppa Libertadores nel 1989, la prima per un club colombiano. Importante notare che in quella squadra c’era il futuro della nazionale colombiana: giocatori come René Higuita, Norberto Molina, Andrés Escobar, Luis Carlos Perea, Luis Fernando Herrera, John Tréllez, Leonel Álvarez, Gildardo Gómez, Albeiro Usuriaga.
Maturana sarà a capo della Nazionale colombiana dal 1987 al 1994, e successivamente dal 2001 al 2003.

Francisco Maturana ha cambiato il modo di vedere il calcio, ha lasciato un segno indelebile con il suo futuristico 4-2-2-2, modello che richiamerà l'attenzione di molti allenatori in tutto il mondo.
Era un sistema di gioco dinamico e flessibile, in grado di passare da un 4-4-2 in fase di non possesso ad 4-2-4 in fase di possesso, con gli esterni di centrocampo che si alzano in fase offensiva ed andavano a comporre un vero e proprio 4-2-2-1-1, attaccando con quattro linee di profondità.

Il sistema si basava su un notevole possesso palla , talmente forzato che, per chi non lo conosceva, sembrava una lento tornare indietro, ogni volta che si arrivava nei pressi dell’area di rigore…
Francisco Maturana è stato uno degli allenatori che hanno rivoluzionato a livello tattico il modo di fare calcio, portando alla ribalta principi tattici, talmente evoluti per gli anni 90, che sono ancora attuali: linea difensiva alta, pressione laterale e densità in zona palla, diagonale difensiva, possesso palla strategico (per non chiamarlo tiki-taka).

Andres Escobar, Gilardo Gomez, Luis Herrera, e Luis Perea formavano un linea difensiva a quattro, perfetta nei movimenti ad elastico, sincronizzata nel togliere 40 metri di profondità, perfetta nel pulire sempre l’area di rigore.
Dai movimenti della linea a 4 partiva il dogma del Paco, passando per un ruolo, anche questo attualissimo nel suo principio tattico, quello del portiere.
Due parole ed un attore perfetto: Renè Higuita. Portiere che, oltre ad avere una tecnica con i piedi eccelsa, sapeva leggere i movimenti della linea a 4 e coprire quei 40 metri da solo.
Per essere attuali possiamo dire uno dei principi tattici della fase di non possesso dei Colchoneros di Simeone (Atletico Madrid 2013-2014), non a caso allenati anche da Maturana nel 1994.

Il ritmo di lavoro alto dei due centrali di centrocampo, Leonel Alvarez e Gabriel Gomez era molto alto, nelle due fasi di gioco.
Poi c'era Carlos Valderrama. Il suo ruolo all’interno del possesso strategico di Maturana?
Possiamo dire regista o trequartista, utilizzando termini ormai “arcaici”, oppure seconda punta o falso nove, per essere più attuali. Decidete voi. Possiamo certamente dire però che l'azione offensiva passava quasi sempre dai suoi piedi, per continuare in una fitta rete di passaggi, quasi sfiancanti, alla ricerca di un possesso palla quasi irritante. Questo il loro timbro, la loro identità di squadra. Tutti principi attualissimi del tiki-taka spagnolo che ha visto la sua massima espressione nel Barcellona di Pep Guardiola.

Il suo 4-2-2-2 ha fatto innamorare anche Arrigo Sacchi, uno dei pochi a riconoscere i meriti di Maturana nell’evoluzione del gioco del calcio, a riconoscere che probabilmente il Pacho ha influito notevolmente su tutto ciò che adesso risulta essere innovativo.
La sua perfezione calcistica termina con la Coppa America del 1993. La sua “creatura” per caratteristiche tecniche dei singoli, al Mondiale Usa ’94, si snatura e non riesce più ad esprimere quell’identità di gioco che fino all’anno prima si era vista in campo. Il tiki-taka colombiano aveva cominciato a lasciare il passo alle sfuriate dei singoli, uno su tutti Faustino Asprilla, giocatore eclettico ma non adatto a quel gioco paziente e strategico. 
Così, alla fine una domanda ci tormenta: Maturana è stato un grande allenatore, rivoluzionario nelle sue idee o solo fortunato, che ha avuto la fortuna di allenare una generazione di talenti?

In pochi, forse nessuno, in quegli anni ha portato avanti un sistema di gioco come il suo.
Francisco Antonio Maturana García – detto Pacho – uno dei più grandi allenatori che la storia del calcio ci ha permesso di conoscere. Uno che, negli anni 90, se si voltava indietro…. poteva solamente intravedere “il futuro”.

Gianvito Piglionica

venerdì 20 giugno 2014

La Dea che voleva conquistare l'Europa


Potrebbe capitare anche oggi, anche se ormai coi tempi che corrono siamo ormai ai livelli dell’utopia. E’ successo sul finire degli anni ’80, ed è stata una Storia di Fú che solo per poco non si è trasformata in leggenda.

E’ successo che una squadra di Serie B si è ritrovata come per incanto a calcare i palcoscenici europei e, anziché finire travolta, è riuscita a compiere un cammino imperioso, fermandosi solo ad un passo dalla finale. Quella squadra è l’Atalanta, l’Atalanta della stagione 1987-88, allenata da Emiliano Mondonico. Atalanta che l’anno prima era retrocessa dalla massima serie, ma in virtù del fatto di aver disputato la finale di Coppa Italia contro il Napoli vincitore del campionato, eccola ammessa alla Coppa delle Coppe, un tempo prestigioso appuntamento internazionale oggi sparito dal calendario calcistico.

Situazione alquanto strana, quella degli orobici: la domenica a dover lottare in catini infuocati della serie minore come quelli di Trieste, Barletta, San Benedetto del Tronto, Messina, Taranto, e il mercoledì a girare per l’Europa. Un’avventura che la squadra nerazzurra affronterà nella maniera migliore, anche dopo un inizio di stagione a rilento. Che potrebbe anche costare l’eliminazione già al primo turno, dopo una sconfitta per 2-1 contro gli impronunciabili gallesi del Merthr Tyfidil; per fortuna, al ritorno sono Oliviero Garlini e Aldo Cantarutti a sistemare la questione in quattro minuti. Squadra bella da vedere, quella atalantina, trascinata dal biondo vichingo Glenn Stromberg, idolo della tifoseria orobica che a Bergamo ha messo definitivamente radici, e con giocatori di livello come Andrea Icardi, gli stessi Garlini e Cantarutti, l’esperto Carmine Gentile, l’esterno Valter Bonacina.

La stagione dell’Atalanta, dopo un inizio un po’ balbettante, sarà un esaltante crescendo, anche fuori dai confini; i nerazzurri riescono ad avere ragione, nell’ordine, dei greci dell’Iraklion Creta, anche qui ribaltando uno svantaggio nella gara d’andata, e dello Sporting Lisbona, oltretutto consumando una piccola rivincita contro la squadra che ne fermò, allo spareggio, la corsa in Coppa delle Coppe nel 1963-1964. Poi, in semifinale, arriva lo scontro contro un’altra grande favola europea, quella del Malines, la formazione guidata da Aad de Mos che sta ribaltando le gerarchie del calcio belga. Il clima è infuocato, la tifoseria sogna, e ben prima della disputa della gara di ritorno i biglietti per la partita interna vengono letteralmente polverizzati. 

Il risultato della gara d'andata in Belgio, un 2-1 con gol di Ohana, Stromberg e Den Boer, legittima i sogni di gloria.

La sera del 20 aprile 1988, nello stadio una volta intitolato a Mario Brumana non entra nemmeno la punta di uno spillo: un’atmosfera da urlo accoglie le due formazioni, e soprattutto galvanizza l’Atalanta che parte a testa bassa in cerca del gol, finendo però con lo sbattere contro l’eccezionale portiere belga Preud’Homme che su Stromberg compirà un vero e proprio miracolo. Al 39esimo, però, l’episodio della svolta: un difensore belga tocca la palla di mano in area, l’arbitro Butenko ci pensa un po’ ma poi assegna un rigore che Garlini trasformerà. L’Atalanta sarebbe in finale, ma non può accontentarsi; e nella ripresa arrivano altre occasioni, su tutte un palo colto da Fortunato con Preud’Homme che tocca la palla quel tanto che basta per deviare la traiettoria. 

Poco dopo, però, il gelo: azione di calcio piazzato, rimpallo su un difensore orobico, arriva sulla palla Rutjers che un gran tiro al volo fa secco Piotti per il pareggio. La reazione dei padroni di casa è più di pancia che di testa, e nello sbilanciamento arriva la rete della sentenza, firmata al 79esimo da Emmers.

Va in finale il Malines, che conquisterà il trofeo a spese dell’Ajax, con de Mos che consumerà la sua personale vendetta contro quella squadra e quel presidente, Tom Harmsen, che lo aveva giubilato senza troppi perché tre anni prima per affidare la panchina alla divinità dei lancieri, Johan Cruijff (che però de Mos non avrà il piacere di battere essendosi dimesso a gennaio; su quella panchina c’è Barry Hulshoff). In quanto all’Atalanta, tantissimi applausi per una cavalcata comunque incredibile, e a fine anno il premio del ritorno in Serie A. 

Erano gli anni Ottanta, quelli dove il calcio italiano ricominciava a dettare legge in Europa e dove una squadra di Serie B poteva arrivare a un passo dall’Olimpo. Sembrano passati secoli…

Christian Liotta


giovedì 19 giugno 2014

Gli undici metri che hanno fermato il Sud America



Avete presente Boca-River? Bene. Non conoscete l'importanza del Superclásico? Male, molto male. In breve, è la partita più importante del mondo, anche della finale dei Mondiali.
Provate a passeggiare dalle parti di La Boca o da quelle di Nuñez: non troverete un'anima viva mentre si gioca il derby più importante d'Argentina e del mondo.

Dieci anni e due giorni fa, il 17 giugno 2004, tutto il Sud America ha avuto il fiato sospeso per diversi minuti. Poco importa se si era tifosi o no di una delle due squadre, in palio c'era qualcosa di importantissimo: la finale di Copa Libertadores.

La semifinale della massima competizione sudamericana per club mette di fronte le due squadre.
L'andata alla Bombonera finisce 1-0 per gli xeneizes. Porte chiuse per i tifosi del River, ma una misera rete non basta assolutamente al Boca, soprattutto perché non c'era la regola del gol in trasferta e poi è pur sempre il Superclásico. La partita viene decisa da un biondissimo 'Flaco' Rolando Schiavi, che sul primo palo sbuca dal niente e insacca di testa al 28', tre minuti prima del doppio rosso mostrato a Gallardo, attuale tecnico del River, e Cascini, per un intervento del giocatore della Banda sul Mosquito, con conseguente reazione e rissa al centro del campo (ne pagherà le conseguenze Pato Abbondanzieri che si prende una graffiata (sì, una graffiata) proprio da Gallardo). Il River di Leonardo Astrada chiuderà addirittura in 9 per l'espulsione di Ariel Garcé.

Il ritorno si gioca ovviamente all'Estadio Vespucio Liberti, per tutti il Monumental. 70 mila anime, 140mila mani attendono il ritorno della semifinale. Poteva mancare un cartellino rosso? Assolutamente no. Vargas viene espulso per doppia ammonizione per fallo su Luis Gonzalez. Proprio Lucho troverà il gol dell'1-0 dopo una cavalcata chiusa con un destro che bacia il palo prima di varcare la linea di porta, al 5' del secondo tempo.

Quando i supplementari sembrano scritti, arriva il pareggio del Boca. Mancano 3' alla fine, Cangele scappa sulla sinistra e mette un pallone basso in area: Tevez insacca col mancino, gela il Monumental ed esulta imitando una “gallina”, il soprannome dei tifosi del River. L'arbitro non la prende bene: rosso anche per l'Apache.

Sembra finita, ma un Superclásico banale non esiste. Allora Nasuti, nell'ultima azione della partita, dopo aver perso Tevez in occasione dell'1-1, si fa trovare pronto sul secondo palo. Tocco di mancino e Abbondanzieri è battuto: il Monumental esplode. Si va prima ai supplementari, poi ai rigori.

Segnano tutti. Si arriva al quinto rigore. Batte prima il River. Non si sente un respiro in tutto lo stadio, solo il fischio sordo dell'arbitro Hector Baldassi. Sul dischetto va Maxi Lopez. Sono attimi lunghissimi e quando Abbondanzieri respinge la battuta del futuro attaccante di Barcellona, Catania e Samp, sul Monumental cade un silenzio surreale. Javier Villarreal segna per il Boca che vola in finale, poi persa contro l'Once Caldas.


In pochi però ricordano quella finale, perché la vera Libertadores si è decisa dagli undici metri. Undici metri che hanno tolto ogni rumore da un Monumental completamente esaurito. Un silenzio atroce rotto solo dalle esultanze dei giocatori del Boca.   

mercoledì 18 giugno 2014

I ragazzi d'oro che zittirono le due torri e 100mila inglesi


Dolce l’aria, il vino, la dignità di Budapest e di chi la abita. La metro, con quel suo odore (di nuovo) dolciastro va dove vuoi, vuoi non approfittare della fermata Puskás Ferenc Stadion, sulla linea rossa? Si sale, “Deák Ferenc tér” dice l’immancabile vocetta, mai troppo gentile altrove (indovinate com’era quella?). La fermata giusta arriva e giù dal treno, su per le scale, quattro passi in semiperiferia e, all’improvviso, eccolo, lo stadio. Se ti piace un pochino il pallone, se puoi vedere uno stadio, lo vedi e basta. Non è bellissimo, in realtà. Grosso, ma come scolorito, di nuovo dignitosamente – triste. Si chiamava Népstadion,

Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
I giochi di calcio avevano un grave difetto: finivano subito. Allora alla EA, più che alla non ancora apprezzata Konami, si inventavano mostri sacri da sbloccare, squadre incredibili da battere: il Brasile del ’70, l’Olanda del ’78, l’Italia Mundial ’82, (o perfino del ’38), l’Argentina di Maradona. Mai, mai la Squadra d’Oro. Forse perchè non si può battere, nemmeno ai videogiochi. Solo la storia, con la sua brutalità ci è riuscita.
La storia leggendaria (come si chiama una leggenda vera e verificata?) affonda le sue radici nel dopoguerra, l’Ungheria vive il processo di sovietizzazione, vengono anche cambiati i nomi alle squadre di calcio, il Kispest diventa Honvéd, il Voros Lobogo diverrà MTK e nelle loro fila ci sono i migliori talenti calcistici mondiali dell’epoca, probabilmente, perchè ancora non esiste una seria competizione internazionale per poterlo stabilire. Il mister della nazionale, il Signor Gusztav Sebes, ha a disposizione una quantità di talenti indescrivibile: Puskas, Kocsis, Bozsik, Toth, Deak e, appena dopo, la sua migliore invenzione, Hidegkuti, un tizio troppo sensibile prima, splendido poi. Deak, Ferenc Deak, abbandona la selezione in seguito ad incomprensioni nel 1949.

Nel 1950 ci sono i Mondiali, ma non ci si può andare, la trasferta in Brasile costa troppo. Tuttavia, proprio in quell’anno, inizia una incredibile cavalcata: il 4 giugno la Polonia viene battuta per 5-2 e poi via, sotto a chi tocca, Germania, Svezia, Jugoslavia, Svizzera, Albania, Turchia, Finlandia, Romania, Italia – eh si, lo stadio Olimpico è stato inaugurato con l’Aranycsapat –, poi un titolo Olimpico vinto in scioltezza, Inghilterra. Stop, l’Inghilterra, a Wembley, non l’ha mai battuta nessuno, fino al 1953.

Loro, lassù, pensano bene di ridare lustro alla nobiltà calcistica che ritengono gli scorra nelle vene, invitiano a giocare, alla fine di novembre, davanti a 100.000 persone a Wembley i magiari, sognando di interrompere i loro 3 anni e passa di imbattibilità. Nem avrà pensato mister Sebes, noi non perdiamo. Si impegna, allaga i campi e importa palloni inglesi per allenarsi. Finisce 6-3 per i Ragazzi d’Oro, l’Inghilterra è espugnata. Meglio di tutti i condottieri della storia moderna. Della rivincita a Budapest si può anche non parlare, è una formalità, i gol della partita sono otto di cui inglesi uno.

1954, ci sono i Mondiali in Svizzera e questa volta ci si può andare, non si perde da anni: è l’ora dell’Ungheria. Le prime partite non sono nemmeno degne di essere chiamate tali: 9-0 alla Corea del Sud e, soprattutto 8-3 alla Germania. Nelle fasi finali ci sono il Brasile (4-2) e l’Uruguay, di nuovo 4-2, con qualche affanno perchè i brasiliani si sono precedentemente presi particolarmente cura di Puskas. La finale, a Berna, ripropone i tedeschi. Banalità, dopo pochi minuti è già 2-0. Ma i bianchi di Germania pareggiano e corrono come indemoniati, aggrediscono, picchiano. Verso la fine segnano anche il gol del vantaggio e la partita finisce. L’Ungheria ha perso, i tedeschi hanno vinto il loro primo Mondiale e molti di loro, appena dopo la partita, si sentono anche male, pare non per colpa della gioia, ma per il furore artificiale che scorreva nelle loro vene e che gonfiava i loro muscoli.

I Ragazzi d’Oro tornano a casa, ma niente è più come prima. La sconfitta non viene accettata. Una sconfitta che ne genera molte altre, a loro che hanno battuto tutti, (a patto che fossero uomini). Il 1956 ne sancisce la fine: il loro paese, dolce e dignitoso, finisce in un vortice di repressione da parte di chi ha cambiato nome alle squadre. Loro se ne vanno, per mettere in salvo sé stessi e le loro famiglie, i più in Spagna, alcuni in Italia. Proprio in quel 1956 viene fondata la Coppa dei Campioni, la competizione che sancisce quale sia la squadra migliore del mondo, ma l’Honved, in pratica, non esiste più.

In quel momento il Népstadion inizia a scolorire, a sembrare troppo grande per tutte le squadre che verranno. Il colosso, ormai vuoto, di rado accende le luci come si deve. Si risale sulla metro e si ritorna a Deák Ferenc tér.

E' grande la delusione nello scoprire che il Deák Ferenc della metro non è quel Deák Ferenc, ma questa è un’altra storia, come altra sarebbe potuta essere la storia della Coppa dei Campioni con l’Honved di mezzo, il Népstadion ancora colorato e loro, i Ragazzi d’Oro a incantare.

E se parlate di loro, sempre prima il cognome poi il nome.

Ivan Tomasoni

martedì 17 giugno 2014

L'importanza di chiamarsi Andrea


Questa non è una vera Storia di Fútbol. Questa è Storia di Fútbol. E' stato il capitano della Nazionale nel debutto Mondiale, in una delle sue ultime partite da giocatore azzurro. Non toglietecelo.

Inutile esaltare le qualità di Andrea Pirlo. Inutile ricordare i numeri. Chi non conosce il miglior giocatore italiano degli ultimi anni, probabilmente è appena sbarcato da Marte. Probabilmente, perché anche sul pianeta rosso sono arrivate le immagini di uno dei maestri del calcio.

Ogni singolo uomo italiano vorrebbe essere Pirlo. Dalla barba ai capelli, dal tocco di palla alla visione di gioco, mezzo mondo invidia il numero 21 della nostra Nazionale.

Molti al suo posto giocherebbero con gel, cerchietti, tatuaggi. Pirlo è essenziale, come il suo modo di giocare. E' un mago, capace di far apparire semplici traiettorie che farebbero rabbrividire Einstein ed Enrico Fermi, trova spazi che non esistono. Pirlo è il cielo di Magritte, è la mezza dozzina di birre per Bukowski, è il velo di Maya di Schopenhauer, è il “sapere di non sapere” di Socrate che ci spinge al desiderio di conoscenza, è il profumo del caffè.

Ecco, se proprio vogliamo trovare un difetto, possiamo appellarci all'entusiasmo davanti alle telecamere, ma è una maschera. Nella sua autobiografia, conferma che è il fulcro dello spogliatoio di ogni squadra in cui ha giocato. Tutti sono contenti di averlo nello spogliatoio, tranne Gattuso. Ringhio, bersaglio dei suoi scherzi, lo ha più volte menato.

Una generazione di bambini sta crescendo sui campetti facendosi la telecronaca all'urlo di “Pirlo porta palla”, ma lo stesso Andrea è cresciuto con un idolo: “Baggio. Giocare con lui è stato un sogno, ho studiato tutto per cercare di imparare il più possibile”.

Ci perdonino Tottisti e Delpieristi, ma ormai è evidente: dopo il Divin Codino, c'è Andrea Pirlo. Un giocatore che si è guadagnato la standing ovation da San Siro, Santiago Bernabeu e Maracanã. All'appello manca solo Wembley e poi ci siamo, ma possiamo tranquillamente accontentarci.

2 Champions League, 1 Mondiale, 5 Scudetti, 1 Coppa Italia, 3 Supercoppe Italiane, 2 Supercoppe europee, 1 Mondiale per club, 1 Europeo Under 21 (vinto da capocannoniere), 1 bronzo olimpico ad Atene '04. Anche guardando la sua bacheca, accontentarsi può bastare.

Pirlo, però, è uno che non si accontenta e, a dire la verità, non ci accontentiamo neanche noi. Ci hai regalato innumerevoli Storie, anzi, favole di Fútbol. Hai giocato con Inter, Milan e Juve (proprio come Baggio) e continui ad essere ammirato da tutti. Gli inglesi prima della partita di Manaus hanno cantato God save the Queen. Noi rispondiamo così: “God save Andrea Pirlo”.  

lunedì 16 giugno 2014

Il primo sceicco del Fútbol


Molti di noi sono ormai abituati alle spese folli degli emiri arabi nel mondo del calcio: questi personaggi multimilionari hanno rivoluzionato, anche se forse sarebbe più giusto dire stravolto, la visione del calcio attuale.

Come se non bastassero i soldi, i tantissimi soldi circolanti nel globo calcistico, sono arrivati negli ultimi anni i vari Al-Makthoum e soprattutto Al-Thani a spendere e spandere infarcendo le rispettive squadre di campioni pagati a peso d’oro, con buona pace del tanto decantato Fair Play Finanziario e alimentando i sogni, forse i rancori, dei tifosi delle squadre che tanta manna dal cielo non possono permettersela.

Ma forse pochi di noi sanno che la prima volta che uno sceicco è salito alla ribalta del calcio non è stato per un munifico acquisto, ma… per un gol annullato in prima persona.
A dire il nome per intero c’è il rischio che la lingua si contorca: Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, nato a Madinat al-Kuwait nel 1945, è ricordato nella sua patria, il Kuwait, come l’artefice dell’esplosione bellissima ed effimera del movimento calcistico del piccolo e ricchissimo angolo della Penisola arabica, che raggiunse il suo culmine nel 1982, quando il Kuwait ottenne la storica qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo in Spagna.

Risultato storico ma forse non inatteso: la Nazionale kuwaitiana vive infatti un momento di grande splendore, anche per merito del suddetto sceicco, presidente federale lungimirante che ha avuto il merito di affidare la squadra ad un brasiliano atipico, Carlos Alberto Parreira, che fino a quel momento fece fortuna nientemeno che in Ghana.

Parreira che in Kuwait vivrà situazioni private forti come pugni nello stomaco, come cene disgustose servite su fogli di giornale in mezzo al deserto, ma farà a pieno il suo lavoro portando ad esempio la squadra al trionfo nella Coppa d’Asia nel 1980 (con annessi ricchi premi donati dallo sceicco) e guidandola alle Olimpiadi di Mosca.

L’Asia approfitta dell’allargamento a 24 partecipanti della fase finale dei Mondiali, portando la sua seconda innovativa rappresentante dopo l’Iran, formazione semi (ma anche trequarti) dilettantistica che partecipò all’edizione 1978 in Argentina, ottenendo solo un pari contro la Scozia.

Tutti gli addetti ai lavori prevedono per il Kuwait il classico ruolo di ‘squadra materasso’, alla pari di altre formazioni esotiche come El Salvador (che ne prenderà 10 dall’Ungheria), Nuova Zelanda e Honduras. Ma a Valladolid, nella partita di debutto, il Kuwait è capace di regalare un colpo a sorpresa fermando la pur declinante Cecoslovacchia: al vantaggio di Antonin Panenka, colui che inventò quel colpo conosciuto in Italia come cucchiaio, ma che universalmente è stato brevettato col suo nome, risponde l’attaccante Faisal Al-Dakhil, che da quel giorno diventerà il re.

E oltretutto, la squadra mostra un discreto calcio, dimostrando di non essere solo un fenomeno folkroristico con tanto di cammello circolante spensierato nella sede del ritiro. Però, questo brasiliano atipico la sa lunga…

La seconda partita, però, è già sulla carta proibitiva: è quella contro la super Francia del prossimo juventino Michel Platini, di Didier Six e di Jean Tigana, quella squadra che due anni dopo, in patria, si laureerà campione d’Europa. E che, per non saper leggere né scrivere, scende in campo senza preoccuparsi di far troppo male all’avversario.

Il 21 giugno 1982, allo stadio Josè Zorrilla di Valladolid non c’è storia: all’intervallo, nonostante le prodezze dell’estremo difensore kuwaitiano Ahmed Al-Tarabulsi, di professione capitano dell’esercito locale, i galletti sono avanti per 3-0.

Nella ripresa la musica non cambia, la Francia fa quello che vuole in campo e arriva al poker, firmato da Alain Giresse dopo due minuti dall’inizio. Gol che però viene contestato dagli asiatici, che vanno tutti a circondare l’arbitro, il sovietico Miroslav Stupar: avevano sentito un fischio, c’è stato un fischio, “eravamo fermi per quello”.

Stupar nega, si dirige verso il centrocampo e intima ai kuwaitiani di smetterla. Fin quando, dalle tribune, non si alza una persona che fa ampi cenni come a dire: “Ora scendo in campo io”.

E come d’incanto, accompagnato da una catena umana di sorveglianti, appare sul terreno di gioco lui, Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, che solerte si avvicina al fischietto di origine ucraina e dà vita ad un conciliabolo che dura almeno cinque minuti; il tutto sotto gli occhi stupiti di tutti i presenti, dai tifosi ai membri della Guardia Civil arrivati per proteggere lo sceicco.

Fasi concitate, col ct francese Michel Hidalgo che subisce anche una 'telecamerata', prima che Stupar, come ipnotizzato dalle parole di Al-Sabah che minaccia il ritiro della squadra, torna clamorosamente sui suoi passi: sì, c’è fuorigioco, il gol è da annullare.

Ora è la Francia a protestare, quasi a rinfacciare all’arbitro la situazione imbarazzante da lui creata, ma dura poco; i bleus si ricompongono e arrivano comunque al poker con Maxime Bossis, dopo che il Kuwait trovò la rete della bandiera con Abdullah Al-Buloushi. Ma lo stupore rimane. E non mancherà di far sentire i suoi strascichi.

Pagherà più di tutti proprio Stupar, radiato dalla lista degli arbitri internazionali della Fifa; il Kuwait perderà anche l’ultima gara del girone, con un onorevolissimo 1-0 patito dall’Inghilterra con gol di Trevor Francis, visto in Italia alla Sampdoria, ma poi cadrà in un lento e inesorabile oblio.

Chi non pagherà, anzi vedrà la propria carriera raggiungere altri picchi, è il ct Parreira, che nel 1994 potrà diventare profeta in patria portando sul trono Mondiale dopo 24 anni dall’ultima volta il Brasile forse meno pronosticabile di sempre.

Lo sceicco Fahad, per quella sua, chiamiamola così, pittoresca invasione di campo, subirà solo una multa di 10mila dollari. Morirà nel 1990, nel pieno dell’invasione del Kuwait da parte delle milizie irachene di Saddam Hussein; forse in battaglia, forse colpito a morte nella presa di un aereo sul quale intendeva fuggire dal Paese.


Di lui rimarrà comunque il ricordo di una Storia di Fútbol storica, da qualunque punto di vista la si voglia leggere. Quella di uno sceicco pallonaro ante litteram che, prima di influenzare il mercato, andava direttamente a influenzare gli arbitri…

Christian Liotta

sabato 14 giugno 2014

Tra i due litiganti il terzo gode


Nel mese di giugno siamo abituati a vivere il calcio, eccezion fatta per Mondiali ed Europei, esclusivamente grazie alle trattative e ai colpi di mercato.

I campionati sono finiti, i giocatori sono in vacanza e qualsiasi appassionato sente la mancanza nel fine settimana dello sport che lo ha emozionato tutto l'anno. Ma se torniamo indietro nel tempo, di ben 58 anni, vedremo che in un giorno di giugno si giocò una partita di una coppa che, ancora oggi, tiene milioni di persone con il fiato sospeso.

Era il 13 giugno 1956, giorno della prima finale di Coppa dei Campioni. Era un calcio diverso. Se pensiamo come nasce questo torneo che tiene incollati tutti noi al televisore ogni anno, possiamo sorridere. La competizione sorge da una diatriba tra il quotidiano francese L'Equipe e la stampa inglese.
I transalpini erano convinti che i loro club fossero i migliori al mondo e che avrebbero potuto battere qualunque squadra. Un invito a nozze per i britannici.

Gli inglesi hanno inventato il calcio e si sentono padroni di questo sport. Ascoltare dei francesi che si autonominano i migliori del mondo, è un affronto troppo grande, è più di un insulto per gli inventori del football.

Così la UEFA coglie l'occasione e dà la possibilità alle due nazioni di risolvere la questione sul campo. Viene creata una competizione, la Coppa dei Campioni: un torneo di 16 squadre a eliminazione diretta. Ma che squadre prendevano parte a questo nuovo torneo?
Adesso partecipano alla massima competizione europea per club le squadre meglio piazzate a fine campionato. Non quell'anno.

Al neonato torneo sono iscritte 16 formazioni, selezionate da L'Equipe. Viene quindi chiamata una squadra per ogni nazione europea che la rivista considerava calcisticamente adeguata. Tutto era quindi pronto per risolvere finalmente il grande quesito: Francia o Inghilterra?

La risposta sorprende tutti. Il 13 giugno 1956, il Real Madrid di Alfredo Di Stefano vince la prima edizione della Coppa dei Campioni. Ne vinceranno 5 di fila: erano gli anni d'oro del grande Real, per dirla alla 883.

Una data antica, ma allo stesso tempo moderna. Poche settimane fa, la Madrid a tinte bianche era in festa per la vittoria della tanto agognata Decima. E' la prima squadra a raggiungere la doppia cifra e una delle squadra più temute di sempre. La squadra che incarna lo spirito delle Storie di Fútbol.


E pensare che tutto è nato da un litigio tra francesi e inglesi...

Luca Coriani

venerdì 13 giugno 2014

Il tulipano mai sbocciato


Tutti conosciamo, o abbiamo recentemente imparato a conoscere, la storia della grande Olanda del 1974: Arancia Meccanica. La macchina perfetta messa a punto da Rinus Michels e meravigliosamente guidata in campo da quello che per molti è stato il miglior giocatore europeo di tutti i tempi: Johan Crujiff.

Quella squadra aveva un motore - leggasi 11 titolare - talmente potente che andò fuori giri proprio sul più bello, lasciando il titolo alla Germania Ovest.
I Mondiali, però, si tengono ogni 4 anni e quell’Olanda avrebbe potuto sicuramente godere di un’ulteriore opportunità.

Alla vigilia del Mundial '78, gli oranje erano i favoriti, reduci dal secondo posto alla rassegna iridata precedente e dal terzo posto all’Europeo jugoslavo del 1976.
I titolari erano praticamente gli stessi, un nome però, mancava: quello di Johan Crujiff. 
Il miglior giocatore d’Europa, vincitore di 3 palloni d’oro, colui che aveva messo a ferro e fuoco la “vita da mediano” di Oriali nella finale di coppa campioni del 1972 non figurava nella lista dei convocati. Possibile?

Per 30 anni supposizioni e speculazioni si sono susseguite freneticamente. Si è detto che l’addio fosse dovuto a contrasti con la federazione olandese circa gli sponsor, si è pensato che Crujiff si fosse schierato contro il regime di Videla che all’epoca opprimeva l’Argentina (30000 desaparecidos vi dicono qualcosa?). Alla fine è stato lo stesso Crujiff a fugare, solo parzialmente, i dubbi. Nel 2008, infatti, l’anatroccolo dai piedi d’oro ha rivelato di aver subìto nel 1977 un tentativo di rapimento nella sua casa di Barcellona. A questo punto l’epicentro del mistero si sposta. Non più perché Crujiff abbia deciso di smettere col calcio, piuttosto, perché qualcuno cercò rapirlo? Le ipotesi sono molteplici.

Emissari di Franco che volevano fargli pagare il rifiuto al Real Madrid e la militanza nel Barcellona. Oppure Videla, terrorizzato dal talento del “Profeta del Gol” mandò degli uomini per intimargli di non partecipare e non rendere, con la sua presenza, imbattibile la corazzata olandese. E se, invece, più semplicemente fossero stati semplici criminali che volevano soltanto estorcere qualche pesetas a Johan?

Il mistero resta e resterà, ma visto che questa è, e deve essere, una storia di fútbol, ricordiamoci che l’Olanda si presenta a quel Mondiale comunque con una delle nazionali più forti di tutti i tempi e, come nel 1974, arriva fino alla finale. Ancora contro i padroni di casa, questa volta l’Argentina di Kempes (e di Videla).

La finale del Monumental di Buenos Aires, giocata in un paese avvolto da un clima surreale, come si può evincere dallo splendido film “Complici del Silenzio”, si trascina sull’1-1 fino al 89’. Proprio in quel minuto, al crepuscolo della partita o, se preferite, all’alba dei tempi supplementari, l’Olanda ha la possibilità di entrare nella storia.

E’ da poco scoccato il 90' quando Brandts batte un calcio di punizione. Il pallone è lunghissimo, la difesa albiceleste mal posizionata e sul secondo palo sbuca Rensenbrink, che anticipa l’estremo difensore argentino Fillol. Due nazioni si fermano, forse trema perfino Videla. E’ un istante infinito, di quelli che cambiano la storia, tre centimetri possono ribaltare tutto, anche un regime.

Rensenbrink al momento del possibile colpo del KO ha realizzato cinque gol, gli stessi del funambolo argentino Mario Kempes. Se quella palla passa dalla parte giusta del palo, vince anche la classifica cannonieri e, chissà, il Pallone d’Oro. Gli Dei del calcio hanno, purtroppo per i tulipani, preso altre decisioni.

Il sogno del Serpente, questo il soprannome di Rensenbrink si infrange sul palo alla destra del portiere. L’Argentina trionfa nel supplementare e Kempes, segnando il provvisorio 2-1, prima del 3-1 di Bertoni, vince la classifica dei bomber (bomber veri, non quelli che si “spaccanoammerda”, tanto per intenderci). Ah, ovviamente anche il Pallone d’Oro prende una strada diversa, finirà infatti tra le mani di Keegan, con Rensenbrink solo terzo per i giurati di France Football.

Ancora oggi in Olanda si pensa che se Crujiff avesse giocato quella finale, l’Argentina non avrebbe vinto. Non ci è dato saperlo, sappiamo però che sarebbero bastati tre centimetri per vincere comunque, anche senza il “Pelè bianco”. Anche per questo il fútbol è meraviglioso. Non sempre vince la squadra più romantica, non sempre vince la squadra più forte, ma il calcio ti dà sempre una seconda possibilità e il meraviglioso gol di Dennis Bergkamp al 90’ di un quarto di finale giocato al Velodrome di Marsiglia nell’estate del 1998 ne è la dimostrazione.


Che partita era? Olanda-Argentina, ça va sans dire...

Leopoldo Carugati

giovedì 12 giugno 2014

Una promessa è una promessa


Il calcio è fatto di gioie e delusioni. Questo lo abbiamo già detto, anzi. Questo è già stato detto svariate volte. Però, nel giorno in cui inizia il Mondiale c'è un fantasma che va cacciato dal Maracanà. Inutile stare a ricordare la storia del Maracanazo (chi non conosce la vittoria dell'Uruguay contro il Brasile nel 1950 ha sbagliato pagina). Partiamo dal momento immediatamente successivo al fischio finale dell'inglese George Reader. Un intero paese è gettato nella disperazione: il più grande trauma sportivo, un lutto inimmaginabile. Un lutto che colpisce moltissime famiglie.

“Mamma, ma perché papà è così triste?”, chiede un ragazzo che non ha ancora compiuto 12 anni
“Lascialo stare un po' da solo”, risponde la mamma.

Nonostante il consiglio della madre, questo bambino si avvicina al padre e gli promette: “Papà, tranquillo. Un giorno vincerò la Coppa del Mondo”.

Il percorso d'avvicinamento a quella che era la Coppa Jules Rimet passa anche dai 15 anni, vissuti come nessun ragazzino ha mai fatto. Al debutto con la maglia del Santos, entrando al posto di Del Vecchio, quel ragazzo che voleva consolare il padre segna contro il Corinthians de Santo André. Alla sua prima stagione in prima squadra, segna 15 reti in 11 partite.

La convocazione al Mondiale arriva nel 1958. Si vola in Svezia e il ct Vicente Feola ha la possibilità di unire due dei dei migliori del mondo: il famoso “quasi 12enne” e Garrincha. Nella fase a gironi, la Seleçao conquista 5 punti in tre partite (la vittoria valeva ancora 2 punti), segnando 5 reti senza incassarne neanche una. Si arriva ai quarti di finale, si gioca a Goteborg. E' il 19 giugno del 1958, il Brasile gioca come sa, ma il Galles non si lascia infilare. Ci pensa il “quasi 12enne” a mandare la squadra di Vicente Feola in semifinale con un gol al 66esimo.

In semifinale, è tutto più facile. 5-2 alla Francia, con reti di Didi, Vavà e tripletta di quello che nel giorno del Maracanazo non aveva ancora 12 anni. Sempre lui.

La finale si gioca il 29 giugno a Solna, stesso stadio della semifinale. Stesso stadio e stesso risultato. La Svezia si inchina 5-2, con i padroni di casa che hanno la malsana idea di passare in vantaggio dopo 4 minuti con Liedholm, che in Italia conosceremo come il Barone. Vavà ne fa due, doppietta anche del ragazzino di prima e gol di Zagallo.


Il Brasile conquista la prima delle tre Coppe Rimet, per la prima volta è campione del Mondo. Per la prima volta, il Maracanazo viene messo in secondo piano. Otto anni dopo, la promessa è mantenuta. La promessa di Edson Arantes do Nascimento.


mercoledì 11 giugno 2014

I ragazzi di Bruno Metsu

Tra poche ore inizierà il Mondiale di Brasile 2014. La gara inaugurale mette di fronte il paese ospitante e la Croazia. Dal 2006, la prima partita viene però giocata dalla squadra di casa e non dal campione in carica. Un cambio avvenuto anche per colpa del Senegal, che a Seul nel 2002 ci regala una delle più grandi “Storie di Fútbol”.

Al Seoul World Cup Stadium, tutti aspettano quella Francia capace di vincere Mondiali ed Europei nel giro di due anni, trascinati da un giocatore unico nelle movenze e nella lettura di questo gioco, ma assente in questa partita: Zinedine Zidane. Invece, a sorpresa, è il Senegal a vincere, dando inizio al Mondiale degli 'underdog', dei sottovalutati e delle sorprese. Come puoi parlare di sorpresa davanti a Bruno Metsu? Uno che si è convertito all'Islam per amore della moglie e si faceva Abdu Karim. Il modulo è semplicissimo: 4-5-1, composto da Sylva; Coly, Malik Diop, Diatta, Daf; Mo. Ndiaye, A. Cissè, Diao, Bouba Diop, Fadiga e Diouf.

E chi sono questi qua? Contro ci sono giocatori come Vieira, Henry, Trezeguet, Barthez, Desailly e molti altri, ma se il calcio fosse matematica, non ci sarebbe spazio per queste storie.

A dire la verità, non ci sarebbe stato spazio per questa storia se Trezeguet, dopo aver ricevuto palla da Henry, avesse gonfiato la rete. Invece, la palla, deviata dallo sguardo di Sylva, si schianta contro il palo. Niente da fare.

Lemerre, ct francese, capisce che è una serata storta, una serata scritta al contrario. Djorkaeff, noto per la sua tecnica, ma non per il fisico, perde un brutto pallone in mezzo. Diouf si lancia sulla corsia sinistra, in mezzo si fionda Bouba Diop, anticipato da Petit. Occasione sprecata? Assolutamente no, perché in qualche modo il pallone rimane lì e Diop insacca l'1-0 alla mezz'ora. La corsa del numero 19 senegalese è diretta alla bandierina. Maglia per terra e tutti attorno a ballare. Eppure, da qualche parte avevamo già visto un giocatore africano battere un portiere campione in carica e correre all'angolo: Roger Milla, Argentina-Camerun, San Siro, Italia '90.

La Francia è stordita, questi ragazzi dalla pelle d'ebano hanno il sangue negli occhi. Nel secondo tempo, Fadiga (sì, quello preso dall'Inter e mai sceso in campo per un problema al cuore) scherza Leboeuf, ma il suo mancino sbatte contro la traversa.

Disperazione. Una storia troppo bella fermata dalla traversa? No, perché la storia ormai è scritta. Dugarry spizza, Henry controlla e, con le sue movenze da cigno, disegna un destro a giro che ipnotizza tutto lo stadio di Seul, ma il destino è scritto. Traversa e vittoria al Senegal. I 62651 spettatori del Seoul World Cup Stadium sono increduli, così come i giocatori allenati da Bruno Metsu.

Il Mondiale 2002 si concluderà agli ottavi per il Senegal. Dopo aver pareggiato contro Danimarca e Uruguay (erano avanti 3-0 contro la Celeste dopo 38 minuti), Diouf e compagni arrivano fino ai quarti di finale. Agli ottavi, si arrende la Svezia, ma nel turno successivo è il golden goal di Ilhan Mansiz a interrompere la favola senegalese. Niente lieto fine, ma un posto nelle Storie del Fútbol non può non essere riservato a loro.