mercoledì 18 giugno 2014

I ragazzi d'oro che zittirono le due torri e 100mila inglesi


Dolce l’aria, il vino, la dignità di Budapest e di chi la abita. La metro, con quel suo odore (di nuovo) dolciastro va dove vuoi, vuoi non approfittare della fermata Puskás Ferenc Stadion, sulla linea rossa? Si sale, “Deák Ferenc tér” dice l’immancabile vocetta, mai troppo gentile altrove (indovinate com’era quella?). La fermata giusta arriva e giù dal treno, su per le scale, quattro passi in semiperiferia e, all’improvviso, eccolo, lo stadio. Se ti piace un pochino il pallone, se puoi vedere uno stadio, lo vedi e basta. Non è bellissimo, in realtà. Grosso, ma come scolorito, di nuovo dignitosamente – triste. Si chiamava Népstadion,

Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
I giochi di calcio avevano un grave difetto: finivano subito. Allora alla EA, più che alla non ancora apprezzata Konami, si inventavano mostri sacri da sbloccare, squadre incredibili da battere: il Brasile del ’70, l’Olanda del ’78, l’Italia Mundial ’82, (o perfino del ’38), l’Argentina di Maradona. Mai, mai la Squadra d’Oro. Forse perchè non si può battere, nemmeno ai videogiochi. Solo la storia, con la sua brutalità ci è riuscita.
La storia leggendaria (come si chiama una leggenda vera e verificata?) affonda le sue radici nel dopoguerra, l’Ungheria vive il processo di sovietizzazione, vengono anche cambiati i nomi alle squadre di calcio, il Kispest diventa Honvéd, il Voros Lobogo diverrà MTK e nelle loro fila ci sono i migliori talenti calcistici mondiali dell’epoca, probabilmente, perchè ancora non esiste una seria competizione internazionale per poterlo stabilire. Il mister della nazionale, il Signor Gusztav Sebes, ha a disposizione una quantità di talenti indescrivibile: Puskas, Kocsis, Bozsik, Toth, Deak e, appena dopo, la sua migliore invenzione, Hidegkuti, un tizio troppo sensibile prima, splendido poi. Deak, Ferenc Deak, abbandona la selezione in seguito ad incomprensioni nel 1949.

Nel 1950 ci sono i Mondiali, ma non ci si può andare, la trasferta in Brasile costa troppo. Tuttavia, proprio in quell’anno, inizia una incredibile cavalcata: il 4 giugno la Polonia viene battuta per 5-2 e poi via, sotto a chi tocca, Germania, Svezia, Jugoslavia, Svizzera, Albania, Turchia, Finlandia, Romania, Italia – eh si, lo stadio Olimpico è stato inaugurato con l’Aranycsapat –, poi un titolo Olimpico vinto in scioltezza, Inghilterra. Stop, l’Inghilterra, a Wembley, non l’ha mai battuta nessuno, fino al 1953.

Loro, lassù, pensano bene di ridare lustro alla nobiltà calcistica che ritengono gli scorra nelle vene, invitiano a giocare, alla fine di novembre, davanti a 100.000 persone a Wembley i magiari, sognando di interrompere i loro 3 anni e passa di imbattibilità. Nem avrà pensato mister Sebes, noi non perdiamo. Si impegna, allaga i campi e importa palloni inglesi per allenarsi. Finisce 6-3 per i Ragazzi d’Oro, l’Inghilterra è espugnata. Meglio di tutti i condottieri della storia moderna. Della rivincita a Budapest si può anche non parlare, è una formalità, i gol della partita sono otto di cui inglesi uno.

1954, ci sono i Mondiali in Svizzera e questa volta ci si può andare, non si perde da anni: è l’ora dell’Ungheria. Le prime partite non sono nemmeno degne di essere chiamate tali: 9-0 alla Corea del Sud e, soprattutto 8-3 alla Germania. Nelle fasi finali ci sono il Brasile (4-2) e l’Uruguay, di nuovo 4-2, con qualche affanno perchè i brasiliani si sono precedentemente presi particolarmente cura di Puskas. La finale, a Berna, ripropone i tedeschi. Banalità, dopo pochi minuti è già 2-0. Ma i bianchi di Germania pareggiano e corrono come indemoniati, aggrediscono, picchiano. Verso la fine segnano anche il gol del vantaggio e la partita finisce. L’Ungheria ha perso, i tedeschi hanno vinto il loro primo Mondiale e molti di loro, appena dopo la partita, si sentono anche male, pare non per colpa della gioia, ma per il furore artificiale che scorreva nelle loro vene e che gonfiava i loro muscoli.

I Ragazzi d’Oro tornano a casa, ma niente è più come prima. La sconfitta non viene accettata. Una sconfitta che ne genera molte altre, a loro che hanno battuto tutti, (a patto che fossero uomini). Il 1956 ne sancisce la fine: il loro paese, dolce e dignitoso, finisce in un vortice di repressione da parte di chi ha cambiato nome alle squadre. Loro se ne vanno, per mettere in salvo sé stessi e le loro famiglie, i più in Spagna, alcuni in Italia. Proprio in quel 1956 viene fondata la Coppa dei Campioni, la competizione che sancisce quale sia la squadra migliore del mondo, ma l’Honved, in pratica, non esiste più.

In quel momento il Népstadion inizia a scolorire, a sembrare troppo grande per tutte le squadre che verranno. Il colosso, ormai vuoto, di rado accende le luci come si deve. Si risale sulla metro e si ritorna a Deák Ferenc tér.

E' grande la delusione nello scoprire che il Deák Ferenc della metro non è quel Deák Ferenc, ma questa è un’altra storia, come altra sarebbe potuta essere la storia della Coppa dei Campioni con l’Honved di mezzo, il Népstadion ancora colorato e loro, i Ragazzi d’Oro a incantare.

E se parlate di loro, sempre prima il cognome poi il nome.

Ivan Tomasoni

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