Dolce l’aria, il vino, la dignità di
Budapest e di chi la abita. La metro, con quel suo odore (di nuovo)
dolciastro va dove vuoi, vuoi non approfittare della fermata Puskás
Ferenc Stadion, sulla linea rossa? Si sale, “Deák Ferenc tér”
dice l’immancabile vocetta, mai troppo gentile altrove (indovinate
com’era quella?). La fermata giusta arriva e giù dal treno, su per
le scale, quattro passi in semiperiferia e, all’improvviso, eccolo,
lo stadio. Se ti piace un pochino il pallone, se puoi vedere uno
stadio, lo vedi e basta. Non è bellissimo, in realtà. Grosso, ma
come scolorito, di nuovo dignitosamente – triste. Si chiamava
Népstadion,
Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
I giochi di calcio avevano un grave
difetto: finivano subito. Allora alla EA, più che alla non ancora
apprezzata Konami, si inventavano mostri sacri da sbloccare, squadre
incredibili da battere: il Brasile del ’70, l’Olanda del ’78,
l’Italia Mundial ’82, (o perfino del ’38), l’Argentina di
Maradona. Mai, mai la Squadra d’Oro. Forse perchè non si può
battere, nemmeno ai videogiochi. Solo la storia, con la sua brutalità
ci è riuscita.
La storia leggendaria (come si chiama
una leggenda vera e verificata?) affonda le sue radici nel
dopoguerra, l’Ungheria vive il processo di sovietizzazione, vengono
anche cambiati i nomi alle squadre di calcio, il Kispest diventa
Honvéd, il Voros Lobogo diverrà MTK e nelle loro fila ci sono i
migliori talenti calcistici mondiali dell’epoca, probabilmente,
perchè ancora non esiste una seria competizione internazionale per
poterlo stabilire. Il mister della nazionale, il Signor Gusztav
Sebes, ha a disposizione una quantità di talenti indescrivibile:
Puskas, Kocsis, Bozsik, Toth, Deak e, appena dopo, la sua migliore
invenzione, Hidegkuti, un tizio troppo sensibile prima, splendido
poi. Deak, Ferenc Deak, abbandona la selezione in seguito ad
incomprensioni nel 1949.
Nel 1950 ci sono i Mondiali, ma non ci
si può andare, la trasferta in Brasile costa troppo. Tuttavia,
proprio in quell’anno, inizia una incredibile cavalcata: il 4
giugno la Polonia viene battuta per 5-2 e poi via, sotto a chi tocca,
Germania, Svezia, Jugoslavia, Svizzera, Albania, Turchia, Finlandia,
Romania, Italia – eh si, lo stadio Olimpico è stato inaugurato con
l’Aranycsapat –, poi un titolo Olimpico vinto in scioltezza,
Inghilterra. Stop, l’Inghilterra, a Wembley, non l’ha mai battuta
nessuno, fino al 1953.
Loro, lassù, pensano bene di ridare
lustro alla nobiltà calcistica che ritengono gli scorra nelle vene,
invitiano a giocare, alla fine di novembre, davanti a 100.000 persone
a Wembley i magiari, sognando di interrompere i loro 3 anni e passa
di imbattibilità. Nem avrà pensato mister Sebes, noi non perdiamo.
Si impegna, allaga i campi e importa palloni inglesi per allenarsi.
Finisce 6-3 per i Ragazzi d’Oro, l’Inghilterra è espugnata.
Meglio di tutti i condottieri della storia moderna. Della rivincita a
Budapest si può anche non parlare, è una formalità, i gol della
partita sono otto di cui inglesi uno.
1954, ci sono i Mondiali in Svizzera e
questa volta ci si può andare, non si perde da anni: è l’ora
dell’Ungheria. Le prime partite non sono nemmeno degne di essere
chiamate tali: 9-0 alla Corea del Sud e, soprattutto 8-3 alla
Germania. Nelle fasi finali ci sono il Brasile (4-2) e l’Uruguay,
di nuovo 4-2, con qualche affanno perchè i brasiliani si sono
precedentemente presi particolarmente cura di Puskas. La finale, a
Berna, ripropone i tedeschi. Banalità, dopo pochi minuti è già
2-0. Ma i bianchi di Germania pareggiano e corrono come indemoniati,
aggrediscono, picchiano. Verso la fine segnano anche il gol del
vantaggio e la partita finisce. L’Ungheria ha perso, i tedeschi
hanno vinto il loro primo Mondiale e molti di loro, appena dopo la
partita, si sentono anche male, pare non per colpa della gioia, ma
per il furore artificiale che scorreva nelle loro vene e che gonfiava
i loro muscoli.
I Ragazzi d’Oro tornano a casa, ma
niente è più come prima. La sconfitta non viene accettata. Una
sconfitta che ne genera molte altre, a loro che hanno battuto tutti,
(a patto che fossero uomini). Il 1956 ne sancisce la fine: il loro
paese, dolce e dignitoso, finisce in un vortice di repressione da
parte di chi ha cambiato nome alle squadre. Loro se ne vanno, per
mettere in salvo sé stessi e le loro famiglie, i più in Spagna,
alcuni in Italia. Proprio in quel 1956 viene fondata la Coppa dei
Campioni, la competizione che sancisce quale sia la squadra migliore
del mondo, ma l’Honved, in pratica, non esiste più.
In quel momento il Népstadion inizia a
scolorire, a sembrare troppo grande per tutte le squadre che
verranno. Il colosso, ormai vuoto, di rado accende le luci come si
deve. Si risale sulla metro e si ritorna a Deák Ferenc tér.
E' grande la delusione nello scoprire
che il Deák Ferenc della metro non è quel Deák Ferenc, ma questa è
un’altra storia, come altra sarebbe potuta essere la storia della
Coppa dei Campioni con l’Honved di mezzo, il Népstadion ancora
colorato e loro, i Ragazzi d’Oro a incantare.
E se parlate di loro, sempre prima il
cognome poi il nome.
Ivan Tomasoni

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