mercoledì 27 agosto 2014
Da Farinos a Moti
Ci sono Storie di Fútbol note a tutti. Ci sono Storie di Fútbol che rischiano di passare inosservate. Ci sono Storie di Fútbol che scrivono la storia.
La storia di Cosmin Moti prende forma a partire dai minuti finali di Ludogorets-Steaua Bucarest. Playoff, anzi, per noi romantici ancora preliminari di Champions League: l'andata finisce 1-0 per i rumeni, il ritorno si chiude al 90' con lo stesso risultato grazie ad un super gol di Wanderson.
La partita si trascina lentamente verso i rigori, ma lo Steaua ci prova: Fernando Varela, lanciato in profondità, salta Stoyanov. Il portiere dei campioni di Bulgaria è costretto al fallo con conseguente cartellino rosso. Il Ludogorets è in dieci e ha finito i cambi: in porta ci va Cosmin Moti.
La punizione che segue il fallo di Stoyanov viene deviata in angolo e, sul tiro della bandierina, lo stesso Moti esce bene con i pugni. Si arriva ai rigori.
Moti segna il primo e si mette in porta. Ne para due: Paul Pirvulescu e Cornel Rapa vengono neutralizzati da un difensore centrale. Lo Steaua Bucarest viene eliminato da un ragazzo che ha giocato per anni nella Dinamo Bucarest, acerrima rivale del club campione di Romania. Mezza Bucarest si dispera, l'altra metà esulta grazie a un suo vecchio giocatore.
Conoscevamo già la crudeltà del Fútbol ma, ci perdonino i tifosi dello Steaua, questa sera abbiamo tifato tutti per il Ludogorets e per Cosmin Moti.
martedì 15 luglio 2014
Il jazz prima del jazz
Il 20 novembre 1901 nasce a Montevideo José Leandro Andrade, il calciatore uruguaiano più celebre e la prima stella internazionale della storia del calcio.
Andrade, primattore della Celeste nella prima metà del secolo scorso (31 presenze), ha vinto il primo titolo mondiale (1930), tre volte la Copa America (1923, 1924, 1926) e gli ori olimpici di Parigi 1924 e Amsterdam 1928.
In Uruguay, Andrade ha indossato le maglie di Bellavista (1923/25), Nacional Montevideo (1925/30), Peñarol (1930/32, un titolo nazionale) e Montevideo Wanderers (1932/1933). Nel 1932 ha anche disputato un campionato di clausura in Argentina con l'Atlanta di Buenos Aires.
Calciatore dalla perfetta lettura di gioco in fase sia di contenimento che d'impostazione, Andrade è considerato il primo grande regista difensivo della storia del calcio capace di imporsi grazie alla sua cifra tecnica di eleganza ai tempi inarrivabile ma anche per una prestanza atletica al di sopra delle parti.
Mediano atipico, la Maravilla Nigra colpiva spesso i palloni in movimento e di 'mezza altezza' (altrimenti difficilmente controllabili) facendo perno sul terreno di gioco con un braccio: un unicum nella storia del calcio mondiale.
Andrade è morto a Montevideo il 5 ottobre 1957.
Secondo voci dal riscontro non del tutto attendibile, Andrade avrebbe subito da adolescente diverse vicissitudini a sfondo razziale (unico calciatore di colore del suo tempo) che ne tardarono l'ascesa calcistica; rimasto gravemente leso all'occhio sinistro durante la semifinale olimpica di Amsterdam nel 1928 contro l'Italia, le sue condizioni di vista sarebbero peggiorate fino alla pressochè completa cecità; sarebbe morto dimenticato, alcolizzato e in miseria.
Secondo autoimposta istanza di non intromissione, io preferisco figurarlo mentre educa con grazia e dedizione un pesante pallone di cuoio scuro. Siempre en el vestir con celeste camisa.
Fabio Disingrini
sabato 12 luglio 2014
"George Best non era nessuno"
Morto a 38 anni, tre giorni prima del Natale del 1990, ha lasciato il segno soprattutto con la maglia del Reading e del Cardiff City. Al grande pubblico è sconosciuto, ma le sue serpentine hanno scritto la storia delle divisioni minori inglesi.
Il suo talento era semplicemente straordinario. Straordinario e unico. Aveva una capacità incredibile di demolire le difese avversarie, ma era unico anche negli eccessi: droghe, alcool, donne, risse e follie.
Si capisce subito che tipo di carriera avrà: l'Hayes, una delle prime squadre di Friday, è pronto per scendere in campo, ma dopo dieci minuti è ancora in dieci uomini. Robin arriva direttamente dal pub dello stadio ed è completamente ubriaco: ciò non gli impedisce di raccogliere il pallone a pochi minuti dal termine e di segnare il gol della vittoria.
Durante una sfida al Luton Town, il portiere avversario si rifiuta di stringergli la mano dopo uno scontro di gioco: Robin non la prende bene, recupera il pallone immediatamente, segna e gli lancia il segno della V, uno dei più offensivi in Inghilterra.
I Super Furry Animals, gruppo nato a Cardiff, decide di prendere quella immagine e renderla copertina dell'album del 1996 "The Man Don't Give a Fuck". Il titolo non ha bisogno di traduzioni.
"Questo disco è dedicato a Robin Friday, un anticonformista che ha vissuto ogni secondo della sua vita con un'intensità mostruosa. Friday non solo faceva il gesto a V a portieri che non riuscivano a fermarlo, ma anche a chiunque abbia mai cercato di limitarlo o intimidirlo. E' stato un eroe dei sobborghi, l'unico a far apparire George Best un peso piuma della trasgressione".
Friday è uno che non si faceva incatenare da nessuno: in campo e fuori. Uscito dal riformatorio, conosce una ragazza di colore Maxine e ci fa un figlio. A quei tempi le coppie interrazziali non erano viste di buon occhio. Non un problema per Robin, che si difenderà più volte e anche molto bene.
Prima del suo secondo matrimonio, viene visto fuori dalla chiesa mentre prepara uno spinello, durante il ricevimento farà scattare una rissa tra gli invitati.
Si sposerà tre volte e divorzierà altrettante, ma Robin Friday è uno che odia "sul campo tutti gli avversari. Non mi importa niente di nessuno. La gente pensa che sono pazzo, lunatico. Io sono un vincente".
lunedì 7 luglio 2014
L'ultimo lampo della Saeta Rubia
Non erano gli anni d'oro del Grande Real. Per noi no.
Alfredo Di Stefano si è spento. Tutti se lo ricordano come grande attaccante dei blancos, quelli capaci di vincere le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni.
Storie di Fútbol lo ricorda come uno dei migliori giocatori prodotti e lanciati dal River Plate. Capocannoniere del campionato mentre faceva il servizio militare, ha cambiato il calcio mondiale. La Saeta Rubia ha riscritto il modo di giocare a calcio: ha fatto tutto e lo ha fatto bene.
Don Alfredo ha indossato la Banda nel 1945 e tra il 1947 e il 1949. Faceva parte di quella squadra “che ha giocato come una macchina”, come scriveva El Grafico. Proprio “La Maquina” è la squadra che ha inventato il calcio totale. Al Monumental di Buenos Aires, Moreno, Pedernera, Labruna e Di Stefano hanno dominato il calcio 30 anni prima degli olandesi: “quel River era la Bauhaus del calcio”, scrive Martin Mazur.
Nel'alfabeto Millonario, la 'G' si ripete tre volte: ganar, gustaer e golear. Noi aggiungiamo la quarta: Gracias Alfredo Di Stefano.
“Il mio orto è grande 105 metri per 70”.
venerdì 4 luglio 2014
I predicatori nel deserto del Soccer
Titoli a tutta pagina sui giornali; il Presidente Barack Obama, l’uomo più potente della terra, che si improvvisa capo-tifoso alla Casa Bianca; dati di audience per le partite della Nazionale che triturano quelli delle finali Nba. Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo fino a nemmeno 20 anni fa: negli Stati Uniti è esplosa la ‘soccer fever’, la febbre del calcio. Un intero popolo ad appassionarsi per le vicende della selezione a stelle e strisce, tifando in massa e improvvisandosi anche critico calcistico quando apprende della mancata convocazione della star Landon Donovan. Sembra incredibile l’evoluzione che il calcio ha vissuto in un Paese dove solo qualche anno addietro chi ci giocava era etichettato come una ‘fighetta’ e chi esultava per un successo rischiava l’arresto, come avvenne ad alcuni sventurati nel 1982 a Little Italy dopo la vittoria Mondiale da parte dell’Italia.
Il calcio ha attecchito anche lì dove gli anticorpi sembravano più forti; merito di un ottimo lavoro che parte dai giovani e dalle scuole, che culmina in un campionato, la Major League Soccer, che dopo i primi anni di stenti ora funziona benissimo e attrae giocatori sempre più importanti e nuovi investitori. Ma un po’ di merito, se vogliamo, va anche a chi, in passato, ha provato a scardinare l’eterna diffidenza statunitense verso il gioco che si fa con i piedi, provando a creare la prima, vera grande lega professionistica calcistica a stelle e strisce: era la NASL, la North American Soccer League, il campionato che a suo modo segnò una pagina di storia del pallone.
Nata nel 1968 dalla fusione tra USSA e NPSL, la NASL partì subito tra mille difficoltà, con pessimi riscontri sul piano del seguito e perdendo dopo poco tempo squadre per strada. A dare una svolta ci pensò, nel 1971, la coppia formata da Ahmet e Nesuhi Ertegün, originari della Turchia e proprietari dell’etichetta discografica Atlantic Records, che insieme al presidente della Time Warner Steve Ross diedero vita ai New York Cosmos, la franchigia che negli anni si imporrà come la compagine nella quale si identificherà l’intero movimento calcistico made in Usa. Tutto questo grazie ai corposi fondi messi a disposizione dai proprietari, che permisero l’arrivo oltreoceano di stelle come Carlos Alberto, Giorgio Chinaglia, Johan Neeskens, Franz Beckenbauer, fino al più grande di tutti: Pelé, la ‘perla nera’, arrivato nel 1975. Fu quello l’anno dell’inizio dell’età dell’oro, coi Cosmos a dominare un campionato il cui seguito cresceva sensibilmente, e dove arrivarono anche novità regolamentari atte ad aumentare lo spettacolo, come gli shoot-out, surrogati dei calci di rigore per decidere il risultato in caso di parità.
Tra franchigie che spuntavano come funghi, majorettes in campo e creazione di iniziative parallele come i campionati indoor, la NASL reggette fino al 1982, quando si cominciarono a sentire gli effetti della crisi: il torneo perse sette squadre, e soprattutto perse il contratto televisivo con la ABC, che non digeriva la scarsa audience delle partite. Da lì in poi, fu una agonia nemmeno troppo lenta, conclusasi nel 1984 con la chiusura dei battenti dopo la vittoria finale dei Chicago Sting: l’anno dopo, la NASL dichiarò fallimento, vittima di un incontrollato e non qualificato gigantismo e della incapacità gestionale dei proprietari, poco avvezzi al mondo del soccer, lì dove la logica del business raramente funziona.
La pletora di campioni sbarcati negli States, alla fine, si rivelò essere solo un gruppo di predicatori nel deserto, protagonisti di stagioni brevi e intense, ma poi evaporate come una bolla di sapone. Di calcio negli Stati Uniti si tornerà a parlare seriamente solo nel 1994, quando si disputò lì la fase finale della Coppa del Mondo. Due anni dopo, partirà la Mls, oggi vertice della piramide del soccer, un mondo che sta vivendo un periodo di floridità incredibile. E dove è tornata a inserirsi anche la storica sigla NASL, che oggi rappresenta una specie di Serie B statunitense (non esiste il sistema di promozioni e retrocessioni), e dove, guarda il caso, giocano proprio i New York Cosmos vincitori, al primo anno di partecipazione, dell’edizione 2013 del torneo. Non sono più i Cosmos di Pelé e Chinaglia, semmai sono quelli di Alessandro Noselli, bomber delle serie minori italiane, dell’ispano-brasiliano Marcos Senna e di Danny Szetela, ma il pedigree di vincenti non si perde negli anni…
Christian Liotta
giovedì 3 luglio 2014
En el nombre del pulpero
Poche squadre incarnano le Storie di Fútbol quanto il Club Atlético Peñarol, fondato il 28 settembre 1891 a Montevideo (originariamente con il nome di Central Uruguay Railway Cricket Club) grazie al proselitismo della considerevole comunità italiana - perlopiù di origine piemontese - residente in Uruguay e all'immancabile iniziativa della legazione britannica (El Club Atlético Peñarol fue fundado el 28 de Setiembre de 1891, gracias al impulso de 118 empleados y obreros del Ferrocarril Central del Uruguay, de los cuales 72 eran de nacionalidad inglesa, 45 uruguayos y uno alemán).
Nel 1770 el pulpero Giovan Battista Crosa, maestro della corale di Pinerolo, si trasferì a Montevideo diventando in breve tempo uno dei più facoltosi possidenti terrieri della città. Intorno ai poderi di Crosa sorse il Barrio Peñarol, in nome del decoro della natia cittadina piemontese.
Il Peñarol ha vinto 42 titoli nazionali (47 se considerati i tioli vinti dal CURC prima della moderna qualificazione dell'equipo avvenuta il 14 marzo 1914), 5 coppe Libertadores (nelle prime due edizioni del 1960 e '61, nel '66, nell'82 e nell'87, sconfiggendo in finale rispettivamente l'Olimpia de Asuncion, il Palmeiras Sao Paulo, il River Plate, il Cobreloa Calama e l'America Cali) e 3 coppe Intercontinentali (1961, Benfica-Penarol 1-0/0-5; 1966, Penarol-Real Madrid 2-0/2-0; 1982, Penarol-Aston Villa 2-0).
Los colores amarillo y negro a franjas verticales de la indumentaria son tan viejos como el distintivo ferroviario, como el propio ferrocarril, y hacen honor al "Rocket", locomotora de Sthephenson, vencedora de una prueba de aptitud en 1829.
José Leandro Andrade, Alcides Ghiggia (autore della rete decisiva nella finale mondiale 1950, Uruguay-Brasile 2-1, al Maracanã di Rio de Janeiro), Juan Alberto Schiaffino, Julio César Abbadie, Rodolfo Sansone, Obdulio Varela, Roque Máspoli, Luis Cubilla, Diego Perez, Carlos Borges, Braulio Castro, Cefelino Camacho, Victor Hugo Diogo, Julio Cesar Cortés, Pedro Rocha, Isabelino Gradìn, Diego Aguirre, Washington Ortuno, José Luis Chilavert e Ladislao Mazurkiewicz sono i mirasoles più celebri.
In Europa hanno giocato gli aurinegros Paolo Montero, Josè Perdomo, Rubén Walter Paz, Carlos el pato Aguilera, Antonio Pacheco, Dario Silva, Federico Magallanes, Diego 'El Cachavacha' Forlan, Walter 'El Rifle' Pandiani, Jorge Casanova, Carlos Diogo, Pablo 'El Canario' Garcia, Guillermo Giacomazzi e Marcelo Zalayeta.
Pepe Juan Alberto Schiaffino (undici anni e cinque titoli nazionali con il Penarol) ha giocato nel Milan dal 1954 al '60 (tre scudetti) e nella Roma per due stagioni (1961 e '62), vanta 21 presenze, 8 gol e il Mondiale 1950 con la Celeste e 4 presenze con la nazionale italiana ai mondiali del '58.
Il Peñarol disputa gli incontri casalinghi del campionato nazionale all'Estadio Las Acasas, eccezion fatta per i superclassici con gli storici rivali del Nacional Montevideo, abitualmente giocati nell'Estadio Centenario - monumento del fútbol mundial - e teatro, il 30 luglio 1930, della prima finale mondiale (Uruguay-Argentina 4-2). Il Centenario (così chiamato perchè inaugurato nel 1930, cent'anni dopo la promulgazione della Costituzione della Repubblica Uruguaiana) è lo stadio designato per tutti gli incontri casalinghi della Celeste.
Un giorno impresso nel mio vivo ricordo, in un silenzio carico di presenze ho incontrato un giovane uomo di grave sembianza e sovrana inquietudine su una strada polverosa di Los Caños de Meca. Aveva il viso di un pallore uniforme color tela greggia, con zigomi alti ed esposti, occhi scuri come l'abisso e lunghi capelli sciolti sulla schiena nerboruta.
Avrei pensato di imbattermi in Kaiser Soze o in Martìn Fierro se non fosse stato per uno scudo gentilizio - vistoso blasone con undici stelle - tatuato sul torso scoperto, all'altezza del cuore incalzato da esagitate palpitazioni.
Ritengo senza soluzione di continuità che la sua unica animata fede si chiamasse Peñarol.
Fabio Disingrini
mercoledì 2 luglio 2014
Quel mona d'un Beatle
Il 15 ottobre del 1967 perde la vita in un tragico incidente Gigi Meroni, autentico fuoriclasse del Torino. Il destino beffardo volle che a investirlo fu Attilio Romero, futuro presidente del Toro. Una gestione non certa fortunata la sua, culminata con il fallimento della società nel 2005.
Luigi Meroni cresce nelle giovanili del Como, squadra con la quale approda nel calcio professionistico, nel campionato di serie B. Nel 1962 passa al Genoa e debutta nel massimo campionato; la sua consacrazione definitiva avviene due anni più tardi con il passaggio al Torino. Colleziona 103 presenze e un totale di 22 gol con la maglia granata.
Con la nazionale italiana gioca in sei occasioni, segnando due gol (uno dei quali, splendido, alla nazionale Argentina in un’amichevole di preparazione ai mondiali inglesi). Partecipa alla tragi-comica spedizione inglese della nazionale ai campionati del Mondo del 1966, dai quali l’Italia fu estromessa per opera della Corea del Nord del dentista-bomber Pak Do Hik.
Giocatore estroso, elegante e agilissimo, con una grande capacità nel dribbling, un’ottima visione di gioco e un buon senso del gol. Aveva una marcia in più rispetto agli avversari che spesso, frustrati dalle sue ripetute finte e contro-finte, erano costretti ad atterrarlo in area di rigore; indubbiamente una delle ali destre più talentuose che abbiano mai calcato i campi di serie A.
Un suo fantastico gol, un pallonetto di interno destro a girare finito proprio sotto l’incrocio dei pali, interruppe la serie positiva della grande Inter del mago Helenio Herrera che durava da tre anni.
Gigi era soprattutto un anticonformista, amava portare capelli lunghi e barba folta, ascoltava i Beatles e coltivava un’energica passione per la pittura e per la musica jazz.
Fu un precursore in termini di look, anticipando tendenze e mode degli anni a venire; forte di una grande sensibilità artistica, si disegnava abiti e cravatte; caratteristici del suo stile erano gli inseparabili occhiali a goccia. Un atteggiamento questo, una disposizione nei confronti della vita che gli provocò le inimicizie della stampa e l’indignazione dei benpensanti, rappresentanti di un’Italia "bigotta e bacchettona", poco incline a tollerare personaggi eccentrici e comportamenti stravaganti.
A completare il quadro l’immancabile femme fatal, la splendida Cristiana, ragazza italo-polacca che, per amore di Gigi, abbandonò il marito; la convivenza dei due innamorati nella mansarda in pieno centro di Gigi causò scandali e indignazioni collettive.
Il sommo Gianni Brera scrisse di lui: «Fu simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti».
Difficilmente accettava schemi e regole predefinite, tanto che accettò di tagliarsi i capelli solo in occasione della prima convocazione in azzurro; quando poi il commissario tecnico Fabbri gli chiese una seconda volta di sistemarsi la folta chioma lui si rifiutò, affermando di aver già dimostrato di saper giocare a pallone anche con i capelli lunghi.
Forse questo contribuì alla decisione di Fabbri di impiegarlo con il contagocce durante i mondiali inglesi. La stampa fu sempre ostica con lui, per usare un eufemismo, definendolo "zingaro", "vagabondo", "squallido personaggio" e lo attaccò ingiustamente per l’eliminazione dell’Italia dai mondiali del 1966, dal momento che venne lasciato in panchina per tutta la durata dell’incontro con la Corea.
I tifosi lo amavano comunque alla follia, tanto da organizzare una vera e propria sommossa popolare per impedire il trasferimento di Gigi agli acerrimi rivali cittadini, quando il passaggio alla Juventus sembrava ormai inevitabile (l’Avvocato Agnelli offrì mezzo miliardo per l’acquisto del giocatore).
Un ragazzo estroverso, che sapeva anche sdrammatizzare le grandi pressioni e le cattiverie a cui lo sottoponeva la stampa con alcune trovate geniali, come quando si fece fotografare con una gallina al guinzaglio per le strade di Como, perché la stampa potesse scrivere qualcosa su di lui, oppure quando si prese gioco del paron Nereo Rocco, suo allenatore al Toro, presentando la fidanzata Cristiana come sua sorella e introducendola così senza alcun impedimento nel ritiro della squadra.
Il paron era solito chiamare Gigi «quel mona d’un Beatle»; tra gli altri soprannomi ricordiamo "Calimero", "Il quinto Beatle", "il George Best italiano" e "la farfalla granata" (titolo della biografia di Gigi Meroni scritta da Nando Dalla Chiesa).
Gigi non ha abbandonato la sua passione per il calcio, dal momento che tuttora è solito giocare interminabili partite per raccontare la più grande Storia di Fútbol mai sbocciata del tutto in Italia.
Paolo Pegoraro
lunedì 30 giugno 2014
"Cambiatevi quelle cazzo di maglie!"
E' il 13 aprile del 1996, il Manchester United insegue il double (Premier-FA Cup), ma al termine del primo tempo, è sotto 3-0 con il Southampton, squadra costretta a vincere per non retrocedere. Si gioca nello storico impianto The Dell e i Red Devils hanno solo tre punti di vantaggio sul Newcastle. Il primo tempo è un incubo per la squadra rossa di Manchester: Ken Monkou, Neil Shipperley e Matt Le Tissier regalano un triplo vantaggio ai Saints.
All'intervallo, nello spogliatoio degli ospiti, ci si aspetta un Ferguson pronto a puntare il dito contro chiunque e a cambiare qualcosa.
Cambierà sì, ma non i giocatori: “Toglietevi quelle maglie, adesso vi cambiate!”, tuonò Fergie. Il Manchester United utilizzava una maglia grigia e, nelle cinque gare in cui è stata usata, i Red Devils hanno ottenuto un pareggio e quattro sconfitte.
Nella ripresa, lo United scende in campo con una maglia a righe bianche e blu, ma non basterà: la partita finisce 3-1, ma il titolo andrà comunque al Manchester United che vincerà le tre gare finali della stagione e alzerà anche la FA Cup contro il Liverpool.
“I giocatori non riuscivano a vedersi in campo. Appena alzavano la testa perdevano troppo tempo a trovarsi tra loro. Non c'entra niente la superstizione. Questo club è stato 26 anni senza vincere il campionato e non abbiamo cambiato la maglia rossa, quindi non c'entra niente”, si giustificò nell'immediato post partita Fergie.
Quella maglia grigia, che doveva essere usata anche per la stagione successiva, non vedrà mai più la luce: “La Football Association ci diede una multa di dieci mila sterline, ma non ho mai speso soldi così bene”, ricorda con il sorriso Sir Alex.
P.S Grazie anche a questa vittoria per 3-1, il Southampton si salvò all'ultima giornata, grazie alla differenza reti. Indovinate chi retrocesse? Il Manchester City. Capito, Sir Alex...
giovedì 26 giugno 2014
I disegni del 14
E' troppo facile evidenziare quelle che
sono le differenze del calcio moderno con quello degli anni passati.
Non parliamo di romanticismo, non parliamo di soldi, non parliamo di
grandi campioni. Parliamo di dettagli.
Sono i dettagli a creare la differenza
tra un campione e un fuoriclasse, tra una vittoria e una sconfitta,
tra 'un quasi gol' e l'albo d'oro e, proprio nell'albo d'oro dei
Mondiali, manca una delle squadre più forti di sempre: l'Olanda di
Johan Cruijff.
E' il 1974, si gioca la decima edizione
del campionato del Mondo, la prima senza Coppa Rimet (il Brasile l'ha
alzata per la terza volta nel cielo di Città del Messico, battendo
l'Italia in finale quattro anni prima). Si gioca in quella che era la
Germania Ovest uno dei Mondiali più politici della storia, secondo
solo a quello che si giocherà in Argentina nel 1978.
La Germania alzerà la prima Coppa del
Mondo della storia, la seconda dopo la Rimet del '54, proprio contro
gli Oranje, ma è la sfida tra due fratelli che infiamma il marketing
e incide anche sulle maglie del Mondiale.
Adolf Dassler fonda nel 1922 l'Adidas e
con il padre e il fratello inizia a produrre le prime scarpe sportive
dopo la prima guerra mondiale. Due anni dopo, però, Rudolf, fratello
di 'Adi', decide di fondare la Gebrüder Dassler Schuhfabrik, quella
che nel 1948 diventerà la Puma Schuhfabrik Rudolf Dassler, nota a
tutti semplicemente come Puma.
Al Mondiale, una delle principali
stelle del calcio mondiale, Johan Cruijff è testimonial della Puma,
ma l'Olanda ha come sponsor tecnico l'Adidas. L'elegante numero 14 è
uno a cui piace dare fastidio, in campo e fuori, soprattutto alla
federazione olandese (su storiedifutbol.blogspot.com trovate la sua
mancata partecipazione al Mondiale 1978). Uno dei tanti aspetti che
non va giù a Johan riguarda proprio la sponsorizzazione.
“Io sono uomo 'Puma',
conseguentemente mi rifiuto di scendere in campo con le tre strisce
dell'Adidas”, tuona Cruijff. I capi della delegazione olandese si
guardano spaesati. Questo qua non ne vuole sapere, le tre strisce non
le mette. In fondo, sono solo tre strisce. No.
Come fare? Non c'è due senza tre è un
detto che non vale per uno come Crujiff e allora via una striscia: la
maglia 14 arancione avrà solo due strisce sulle maniche. La maglia
del 14 è unica, unica come chi la indossa. Il primo disegno è
completato.
Il secondo, invece, avviene in campo.
Non è una vittoria, non è un gol, non è un assist. 19 giugno, si
gioca a Dortmund la seconda giornata della prima fase a gironi.
L'Olanda affronta la Svezia dopo aver battuto ad Hannover quattro
giorni prima l'Uruguay.
La squadra di Georg Ericson ha
costruito una gabbia su misura per Cruijff. Gli Oranje non sfondano.
Gli svedesi sfruttano la maggior potenza fisica, ma in quanto a
tecnica non ce n'è: gli olandesi sono nettamente superiori.
Lato corto dell'area di rigore, il
centrocampista Janne Olsson si ritrova nell'insolita posizione di
terzino destro, perché ha il compito di essere l'ombra di Cruijff.
Il '14' non sa più cosa inventarsi quando i due si trovano
affiancati, spalle alla porta.
Qui si completa il secondo disegno:
Johan finge di rigiocare indietro il pallone, Olsson abbocca e, con
l'interno del piede destro, Cruijff si fa scorrere il pallone tra le
gambe. E' nato il Cruijff Turn, uno dei disegni più belli mai visti
all'interno del rettangolo verde.
Ah, la partita finirà 0-0, ma quella è
un'altra Storia di Fútbol e, a dirla tutta, neanche così
interessante...
mercoledì 25 giugno 2014
"Io sono una ponta"
Anno
1980: è l’estate della tanto attesa riapertura delle frontiere,
con la possibilità di ingaggiare uno straniero per squadra, riforma
annunciata e poi saltata già un paio di anni prima (con l’Inter
che, per dirne una, dovette rinunciare all’ingaggio già
formalizzato di Michel Platini) e formalizzata dopo la penuria
tattica e tecnica offerta dal campionato precedente, falcidiato
oltretutto dallo scandalo del Totonero che portò alla retrocessione
a tavolino di Milan e Lazio. Si muovono tutte o quasi le squadre di
Serie A, tra cui la Pistoiese, fresca di storica prima promozione
nella massima serie. Pistoiese che, come altri club, si muove verso
il mercato brasiliano in cerca di un possibile campione che possa
stuzzicare la fantasia dei tifosi arancioni. E arriva lui.
Adocchiato
dall’allenatore in seconda Giuseppe Malavasi durante una partita
tra Ponte Preta e Comercial, dove realizzò una doppietta, Luis
Silvio Danuello, ventenne dalla ricca capigliatura e dalla buona
corsa, oltre che, sembrava, dotato di gran fiuto del gol, era l’uomo
giusto: grazie alla mediazione di Juan Figer, arriva in Toscana per
la somma di 170 milioni firmando un contratto di sette (!) anni.
Giunto in Italia, Luis Silvio viene dipinto come il bomber ideale per
la Serie A. Ma c’è già chi ode sirene d’allarme, quando Paulo
Roberto Falcao, giunto quell’anno alla Roma, interrogato su
Danuello si limitò a dire: “Non so chi sia”.
Quando
si trattò di scendere in campo, la verità si rivelò essere ancora
più dura: Luis Silvio, semplicemente, non c’entrava nulla con la
Serie A. O meglio, non era affatto quel giocatore che fu presentato
ai tifosi: in attacco non ne azzeccava una, qualcosina in più
riusciva semmai a fare quando si spostava verso la fascia, e capiremo
che non era per caso. Il destino era già scritto: mentre la
Pistoiese si inabissava sul fondo della classifica fino alla
retrocessione, lui spariva pian piano dalla scena, finendo prima in
panchina poi in tribuna, per poi tornare in patria senza nemmeno
chiedere il consenso al club. Ebbe anche la faccia tosta di
ripresentarsi l’estate del 1981 per chiedere parte dello stipendio,
ma la Pistoiese rispedì al mittente senza troppi perché la
richiesta.
Luis
Silvio alimenterà in Italia una serie di leggende metropolitane sul
suo conto: si disse che la partita che gli valse il viaggio in
Toscana fu tutta programmata con l’intervento proprio di Figer per
fargli fare bella figura; si arrivò a dire che non fosse nemmeno un
calciatore e fu abbinato ai mestieri più disparati, dal pizzaiolo al
venditore di gelati allo stadio, fino addirittura all’attore porno.
La verità, però, la ristabilì Luis Silvio in persona qualche anno
fa, alla Gazzetta dello Sport: semplicemente, l’equivoco Luis
Silvio nacque da una vocale, un termine definito linguisticamente
‘falso amico’. Un dirigente della Pistoiese gli chiese quando
arrivò in Italia se fosse una punta, ovvero un attaccante; lui
equivocò con ‘ponta’, ovvero ala, quello che era il suo ruolo
naturale, e rispose affermativamente. E il suo mestiere una volta
smesso di giocare fu rivenditore di ricambi per attrezzature
industriali, di certo non la pornostar.
Tutta
colpa di una vocale, quindi, se Luis Silvio è diventato l’archetipo
del bidone per eccellenza; e pazienza se quell’anno arrivarono
altri stranieri deludenti, come il connazionale Eneas (con Luis
Silvio nella foto), sconfitto dall’eccessiva saudade e dal gelo di
Bologna (e la cui vita si interruppe prematuramente per un tragico
incidente), o come Neumann all’Udinese e Fortunato al Perugia. Non
sapremo mai se, schierato nel suo vero ruolo, avesse potuto avere un
destino diverso; di certo, Luis Silvio ha a suo modo lasciato
traccia, e ancora oggi a Pistoia non pochi lo ricordano con
tenerezza…
Christian Liotta
lunedì 23 giugno 2014
La squadra che inventò il Tiki Taka e fulminò Arrigo Sacchi
Un paese con una piccola popolazione
che a livello calcistico non aveva mai né vinto né prodotto nulla,
tranne una qualificazione alla Coppa del Mondo del ’62 e un secondo
posto alla Coppa America del ‘75. Questa era la Colombia. Questa
era la Colombia nel panorama mondiale del calcio.
Tutto questo fino alla fine degli anni
’80, quando la Federazione decide di affidare la nazionale (i
Cafeteros) a Francisco Maturana, un ex giocatore che aveva avuto una
discreta carriera nell’Atletico Medellin, nel Deportes Tolima e
nell’Atletico Bucaramanga.
La sua prima esperienza come allenatore
fu alla guida dell'Once Caldas di Manizales, con la quale ottiene un
buon piazzamento in campionato.
In quella piccola realtà, Maturana in
soli sei mesi era riuscito a dare la sua identità di gioco: possesso
palla, gioco corto, linea difensiva a zona con un modulo che
assomigliava molto a un 4-2-2-2.
Il primo vero successo fu, alla guida
dell’Atletico Nacional, la vittoria della Coppa Libertadores nel
1989, la prima per un club colombiano. Importante notare che in
quella squadra c’era il futuro della nazionale colombiana:
giocatori come René Higuita, Norberto Molina, Andrés Escobar, Luis
Carlos Perea, Luis Fernando Herrera, John Tréllez, Leonel Álvarez,
Gildardo Gómez, Albeiro Usuriaga.
Maturana sarà a capo della Nazionale
colombiana dal 1987 al 1994, e successivamente dal 2001 al 2003.
Francisco Maturana ha cambiato il modo
di vedere il calcio, ha lasciato un segno indelebile con il suo
futuristico 4-2-2-2, modello che richiamerà l'attenzione di molti
allenatori in tutto il mondo.
Era un sistema di gioco dinamico e
flessibile, in grado di passare da un 4-4-2 in fase di non possesso
ad 4-2-4 in fase di possesso, con gli esterni di centrocampo che si
alzano in fase offensiva ed andavano a comporre un vero e proprio
4-2-2-1-1, attaccando con quattro linee di profondità.
Il sistema si basava su un notevole
possesso palla , talmente forzato che, per chi non lo conosceva,
sembrava una lento tornare indietro, ogni volta che si arrivava nei
pressi dell’area di rigore…
Francisco Maturana è stato uno degli
allenatori che hanno rivoluzionato a livello tattico il modo di fare
calcio, portando alla ribalta principi tattici, talmente evoluti per
gli anni 90, che sono ancora attuali: linea difensiva alta, pressione
laterale e densità in zona palla, diagonale difensiva, possesso
palla strategico (per non chiamarlo tiki-taka).
Andres Escobar, Gilardo Gomez, Luis
Herrera, e Luis Perea formavano un linea difensiva a quattro,
perfetta nei movimenti ad elastico, sincronizzata nel togliere 40
metri di profondità, perfetta nel pulire sempre l’area di rigore.
Dai movimenti della linea a 4 partiva
il dogma del Paco, passando per un ruolo, anche questo attualissimo
nel suo principio tattico, quello del portiere.
Due parole ed un attore perfetto: Renè
Higuita. Portiere che, oltre ad avere una tecnica con i piedi
eccelsa, sapeva leggere i movimenti della linea a 4 e coprire quei 40
metri da solo.
Per essere attuali possiamo dire uno
dei principi tattici della fase di non possesso dei Colchoneros di
Simeone (Atletico Madrid 2013-2014), non a caso allenati anche da
Maturana nel 1994.
Il ritmo di lavoro alto dei due
centrali di centrocampo, Leonel Alvarez e Gabriel Gomez era molto
alto, nelle due fasi di gioco.
Poi c'era Carlos Valderrama. Il suo
ruolo all’interno del possesso strategico di Maturana?
Possiamo dire regista o trequartista,
utilizzando termini ormai “arcaici”, oppure seconda punta o falso
nove, per essere più attuali. Decidete voi. Possiamo certamente dire
però che l'azione offensiva passava quasi sempre dai suoi piedi, per
continuare in una fitta rete di passaggi, quasi sfiancanti, alla
ricerca di un possesso palla quasi irritante. Questo il loro timbro,
la loro identità di squadra. Tutti principi attualissimi del
tiki-taka spagnolo che ha visto la sua massima espressione nel
Barcellona di Pep Guardiola.
Il suo 4-2-2-2 ha fatto innamorare
anche Arrigo Sacchi, uno dei pochi a riconoscere i meriti di Maturana
nell’evoluzione del gioco del calcio, a riconoscere che
probabilmente il Pacho ha influito notevolmente su tutto ciò che
adesso risulta essere innovativo.
La sua perfezione calcistica termina
con la Coppa America del 1993. La sua “creatura” per
caratteristiche tecniche dei singoli, al Mondiale Usa ’94, si
snatura e non riesce più ad esprimere quell’identità di gioco che
fino all’anno prima si era vista in campo. Il tiki-taka colombiano
aveva cominciato a lasciare il passo alle sfuriate dei singoli, uno
su tutti Faustino Asprilla, giocatore eclettico ma non adatto a quel
gioco paziente e strategico.
Così, alla fine una domanda ci
tormenta: Maturana è stato un grande allenatore, rivoluzionario
nelle sue idee o solo fortunato, che ha avuto la fortuna di allenare
una generazione di talenti?
In pochi, forse nessuno, in quegli anni
ha portato avanti un sistema di gioco come il suo.
Francisco Antonio Maturana García –
detto Pacho – uno dei più grandi allenatori che la storia del
calcio ci ha permesso di conoscere. Uno che, negli anni 90, se si
voltava indietro…. poteva solamente intravedere “il futuro”.
Gianvito Piglionica
venerdì 20 giugno 2014
La Dea che voleva conquistare l'Europa
Potrebbe capitare anche oggi, anche se
ormai coi tempi che corrono siamo ormai ai livelli dell’utopia. E’
successo sul finire degli anni ’80, ed è stata una Storia di Fú
che solo per poco non si è trasformata in leggenda.
E’ successo
che una squadra di Serie B si è ritrovata come per incanto a calcare
i palcoscenici europei e, anziché finire travolta, è riuscita a
compiere un cammino imperioso, fermandosi solo ad un passo dalla
finale. Quella squadra è l’Atalanta, l’Atalanta della stagione
1987-88, allenata da Emiliano Mondonico. Atalanta che l’anno prima
era retrocessa dalla massima serie, ma in virtù del fatto di aver
disputato la finale di Coppa Italia contro il Napoli vincitore del
campionato, eccola ammessa alla Coppa delle Coppe, un tempo
prestigioso appuntamento internazionale oggi sparito dal calendario
calcistico.
Situazione alquanto strana, quella
degli orobici: la domenica a dover lottare in catini infuocati della
serie minore come quelli di Trieste, Barletta, San Benedetto del
Tronto, Messina, Taranto, e il mercoledì a girare per l’Europa.
Un’avventura che la squadra nerazzurra affronterà nella maniera
migliore, anche dopo un inizio di stagione a rilento. Che potrebbe
anche costare l’eliminazione già al primo turno, dopo una
sconfitta per 2-1 contro gli impronunciabili gallesi del Merthr
Tyfidil; per fortuna, al ritorno sono Oliviero Garlini e Aldo
Cantarutti a sistemare la questione in quattro minuti. Squadra bella
da vedere, quella atalantina, trascinata dal biondo vichingo Glenn
Stromberg, idolo della tifoseria orobica che a Bergamo ha messo
definitivamente radici, e con giocatori di livello come Andrea
Icardi, gli stessi Garlini e Cantarutti, l’esperto Carmine Gentile,
l’esterno Valter Bonacina.
La stagione dell’Atalanta, dopo un
inizio un po’ balbettante, sarà un esaltante crescendo, anche
fuori dai confini; i nerazzurri riescono ad avere ragione,
nell’ordine, dei greci dell’Iraklion Creta, anche qui ribaltando
uno svantaggio nella gara d’andata, e dello Sporting Lisbona,
oltretutto consumando una piccola rivincita contro la squadra che ne
fermò, allo spareggio, la corsa in Coppa delle Coppe nel 1963-1964.
Poi, in semifinale, arriva lo scontro contro un’altra grande favola
europea, quella del Malines, la formazione guidata da Aad de Mos che
sta ribaltando le gerarchie del calcio belga. Il clima è infuocato,
la tifoseria sogna, e ben prima della disputa della gara di ritorno i
biglietti per la partita interna vengono letteralmente polverizzati.
Il risultato della gara d'andata in Belgio, un 2-1 con gol di Ohana,
Stromberg e Den Boer, legittima i sogni di gloria.
La sera del 20 aprile 1988, nello
stadio una volta intitolato a Mario Brumana non entra nemmeno la
punta di uno spillo: un’atmosfera da urlo accoglie le due
formazioni, e soprattutto galvanizza l’Atalanta che parte a testa
bassa in cerca del gol, finendo però con lo sbattere contro
l’eccezionale portiere belga Preud’Homme che su Stromberg compirà
un vero e proprio miracolo. Al 39esimo, però, l’episodio della
svolta: un difensore belga tocca la palla di mano in area, l’arbitro
Butenko ci pensa un po’ ma poi assegna un rigore che Garlini
trasformerà. L’Atalanta sarebbe in finale, ma non può
accontentarsi; e nella ripresa arrivano altre occasioni, su tutte un
palo colto da Fortunato con Preud’Homme che tocca la palla quel
tanto che basta per deviare la traiettoria.
Poco dopo, però, il
gelo: azione di calcio piazzato, rimpallo su un difensore orobico,
arriva sulla palla Rutjers che un gran tiro al volo fa secco Piotti
per il pareggio. La reazione dei padroni di casa è più di pancia
che di testa, e nello sbilanciamento arriva la rete della sentenza,
firmata al 79esimo da Emmers.
Va in finale il Malines, che
conquisterà il trofeo a spese dell’Ajax, con de Mos che consumerà
la sua personale vendetta contro quella squadra e quel presidente,
Tom Harmsen, che lo aveva giubilato senza troppi perché tre anni
prima per affidare la panchina alla divinità dei lancieri, Johan
Cruijff (che però de Mos non avrà il piacere di battere essendosi
dimesso a gennaio; su quella panchina c’è Barry Hulshoff). In
quanto all’Atalanta, tantissimi applausi per una cavalcata comunque
incredibile, e a fine anno il premio del ritorno in Serie A.
Erano
gli anni Ottanta, quelli dove il calcio italiano ricominciava a
dettare legge in Europa e dove una squadra di Serie B poteva arrivare
a un passo dall’Olimpo. Sembrano passati secoli…
Christian Liotta
giovedì 19 giugno 2014
Gli undici metri che hanno fermato il Sud America
Avete presente Boca-River? Bene. Non
conoscete l'importanza del Superclásico? Male, molto male. In breve,
è la partita più importante del mondo, anche della finale dei
Mondiali.
Provate a passeggiare dalle parti di La
Boca o da quelle di Nuñez: non troverete un'anima viva mentre si
gioca il derby più importante d'Argentina e del mondo.
Dieci anni e due giorni fa, il 17
giugno 2004, tutto il Sud America ha avuto il fiato sospeso per
diversi minuti. Poco importa se si era tifosi o no di una delle due
squadre, in palio c'era qualcosa di importantissimo: la finale di
Copa Libertadores.
La semifinale della massima
competizione sudamericana per club mette di fronte le due squadre.
L'andata alla Bombonera finisce 1-0 per
gli xeneizes. Porte chiuse per i tifosi del River, ma una misera rete
non basta assolutamente al Boca, soprattutto perché non c'era la
regola del gol in trasferta e poi è pur sempre il Superclásico. La
partita viene decisa da un biondissimo 'Flaco' Rolando Schiavi, che
sul primo palo sbuca dal niente e insacca di testa al 28', tre minuti
prima del doppio rosso mostrato a Gallardo, attuale tecnico del
River, e Cascini, per un intervento del giocatore della Banda sul
Mosquito, con conseguente reazione e rissa al centro del campo (ne
pagherà le conseguenze Pato Abbondanzieri che si prende una
graffiata (sì, una graffiata) proprio da Gallardo). Il River di
Leonardo Astrada chiuderà addirittura in 9 per l'espulsione di Ariel
Garcé.
Il ritorno si gioca ovviamente
all'Estadio Vespucio Liberti, per tutti il Monumental. 70 mila anime,
140mila mani attendono il ritorno della semifinale. Poteva mancare un
cartellino rosso? Assolutamente no. Vargas viene espulso per doppia
ammonizione per fallo su Luis Gonzalez. Proprio Lucho troverà il gol
dell'1-0 dopo una cavalcata chiusa con un destro che bacia il palo
prima di varcare la linea di porta, al 5' del secondo tempo.
Quando i supplementari sembrano
scritti, arriva il pareggio del Boca. Mancano 3' alla fine, Cangele
scappa sulla sinistra e mette un pallone basso in area: Tevez insacca
col mancino, gela il Monumental ed esulta imitando una “gallina”,
il soprannome dei tifosi del River. L'arbitro non la prende bene:
rosso anche per l'Apache.
Sembra finita, ma un Superclásico
banale non esiste. Allora Nasuti, nell'ultima azione della partita,
dopo aver perso Tevez in occasione dell'1-1, si fa trovare pronto sul
secondo palo. Tocco di mancino e Abbondanzieri è battuto: il
Monumental esplode. Si va prima ai supplementari, poi ai rigori.
Segnano tutti. Si arriva al quinto
rigore. Batte prima il River. Non si sente un respiro in tutto lo
stadio, solo il fischio sordo dell'arbitro Hector Baldassi. Sul
dischetto va Maxi Lopez. Sono attimi lunghissimi e quando
Abbondanzieri respinge la battuta del futuro attaccante di
Barcellona, Catania e Samp, sul Monumental cade un silenzio surreale.
Javier Villarreal segna per il Boca che vola in finale, poi persa
contro l'Once Caldas.
In pochi però ricordano quella finale,
perché la vera Libertadores si è decisa dagli undici metri. Undici
metri che hanno tolto ogni rumore da un Monumental completamente
esaurito. Un silenzio atroce rotto solo dalle esultanze dei giocatori
del Boca.
mercoledì 18 giugno 2014
I ragazzi d'oro che zittirono le due torri e 100mila inglesi
Dolce l’aria, il vino, la dignità di
Budapest e di chi la abita. La metro, con quel suo odore (di nuovo)
dolciastro va dove vuoi, vuoi non approfittare della fermata Puskás
Ferenc Stadion, sulla linea rossa? Si sale, “Deák Ferenc tér”
dice l’immancabile vocetta, mai troppo gentile altrove (indovinate
com’era quella?). La fermata giusta arriva e giù dal treno, su per
le scale, quattro passi in semiperiferia e, all’improvviso, eccolo,
lo stadio. Se ti piace un pochino il pallone, se puoi vedere uno
stadio, lo vedi e basta. Non è bellissimo, in realtà. Grosso, ma
come scolorito, di nuovo dignitosamente – triste. Si chiamava
Népstadion,
Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
Stadio del Popolo, tanti anni fa, quando ci suonavano i Queen e, ancora prima, quando la nazionale non era una squadra qualsiasi, era la Aranycsapat, la Squadra d’Oro.
I giochi di calcio avevano un grave
difetto: finivano subito. Allora alla EA, più che alla non ancora
apprezzata Konami, si inventavano mostri sacri da sbloccare, squadre
incredibili da battere: il Brasile del ’70, l’Olanda del ’78,
l’Italia Mundial ’82, (o perfino del ’38), l’Argentina di
Maradona. Mai, mai la Squadra d’Oro. Forse perchè non si può
battere, nemmeno ai videogiochi. Solo la storia, con la sua brutalità
ci è riuscita.
La storia leggendaria (come si chiama
una leggenda vera e verificata?) affonda le sue radici nel
dopoguerra, l’Ungheria vive il processo di sovietizzazione, vengono
anche cambiati i nomi alle squadre di calcio, il Kispest diventa
Honvéd, il Voros Lobogo diverrà MTK e nelle loro fila ci sono i
migliori talenti calcistici mondiali dell’epoca, probabilmente,
perchè ancora non esiste una seria competizione internazionale per
poterlo stabilire. Il mister della nazionale, il Signor Gusztav
Sebes, ha a disposizione una quantità di talenti indescrivibile:
Puskas, Kocsis, Bozsik, Toth, Deak e, appena dopo, la sua migliore
invenzione, Hidegkuti, un tizio troppo sensibile prima, splendido
poi. Deak, Ferenc Deak, abbandona la selezione in seguito ad
incomprensioni nel 1949.
Nel 1950 ci sono i Mondiali, ma non ci
si può andare, la trasferta in Brasile costa troppo. Tuttavia,
proprio in quell’anno, inizia una incredibile cavalcata: il 4
giugno la Polonia viene battuta per 5-2 e poi via, sotto a chi tocca,
Germania, Svezia, Jugoslavia, Svizzera, Albania, Turchia, Finlandia,
Romania, Italia – eh si, lo stadio Olimpico è stato inaugurato con
l’Aranycsapat –, poi un titolo Olimpico vinto in scioltezza,
Inghilterra. Stop, l’Inghilterra, a Wembley, non l’ha mai battuta
nessuno, fino al 1953.
Loro, lassù, pensano bene di ridare
lustro alla nobiltà calcistica che ritengono gli scorra nelle vene,
invitiano a giocare, alla fine di novembre, davanti a 100.000 persone
a Wembley i magiari, sognando di interrompere i loro 3 anni e passa
di imbattibilità. Nem avrà pensato mister Sebes, noi non perdiamo.
Si impegna, allaga i campi e importa palloni inglesi per allenarsi.
Finisce 6-3 per i Ragazzi d’Oro, l’Inghilterra è espugnata.
Meglio di tutti i condottieri della storia moderna. Della rivincita a
Budapest si può anche non parlare, è una formalità, i gol della
partita sono otto di cui inglesi uno.
1954, ci sono i Mondiali in Svizzera e
questa volta ci si può andare, non si perde da anni: è l’ora
dell’Ungheria. Le prime partite non sono nemmeno degne di essere
chiamate tali: 9-0 alla Corea del Sud e, soprattutto 8-3 alla
Germania. Nelle fasi finali ci sono il Brasile (4-2) e l’Uruguay,
di nuovo 4-2, con qualche affanno perchè i brasiliani si sono
precedentemente presi particolarmente cura di Puskas. La finale, a
Berna, ripropone i tedeschi. Banalità, dopo pochi minuti è già
2-0. Ma i bianchi di Germania pareggiano e corrono come indemoniati,
aggrediscono, picchiano. Verso la fine segnano anche il gol del
vantaggio e la partita finisce. L’Ungheria ha perso, i tedeschi
hanno vinto il loro primo Mondiale e molti di loro, appena dopo la
partita, si sentono anche male, pare non per colpa della gioia, ma
per il furore artificiale che scorreva nelle loro vene e che gonfiava
i loro muscoli.
I Ragazzi d’Oro tornano a casa, ma
niente è più come prima. La sconfitta non viene accettata. Una
sconfitta che ne genera molte altre, a loro che hanno battuto tutti,
(a patto che fossero uomini). Il 1956 ne sancisce la fine: il loro
paese, dolce e dignitoso, finisce in un vortice di repressione da
parte di chi ha cambiato nome alle squadre. Loro se ne vanno, per
mettere in salvo sé stessi e le loro famiglie, i più in Spagna,
alcuni in Italia. Proprio in quel 1956 viene fondata la Coppa dei
Campioni, la competizione che sancisce quale sia la squadra migliore
del mondo, ma l’Honved, in pratica, non esiste più.
In quel momento il Népstadion inizia a
scolorire, a sembrare troppo grande per tutte le squadre che
verranno. Il colosso, ormai vuoto, di rado accende le luci come si
deve. Si risale sulla metro e si ritorna a Deák Ferenc tér.
E' grande la delusione nello scoprire
che il Deák Ferenc della metro non è quel Deák Ferenc, ma questa è
un’altra storia, come altra sarebbe potuta essere la storia della
Coppa dei Campioni con l’Honved di mezzo, il Népstadion ancora
colorato e loro, i Ragazzi d’Oro a incantare.
E se parlate di loro, sempre prima il
cognome poi il nome.
Ivan Tomasoni
martedì 17 giugno 2014
L'importanza di chiamarsi Andrea
Questa non è una vera Storia di
Fútbol. Questa è Storia di Fútbol. E' stato il capitano della
Nazionale nel debutto Mondiale, in una delle sue ultime partite da
giocatore azzurro. Non toglietecelo.
Inutile esaltare le qualità di Andrea
Pirlo. Inutile ricordare i numeri. Chi non conosce il miglior
giocatore italiano degli ultimi anni, probabilmente è appena
sbarcato da Marte. Probabilmente, perché anche sul pianeta rosso
sono arrivate le immagini di uno dei maestri del calcio.
Ogni singolo uomo italiano vorrebbe
essere Pirlo. Dalla barba ai capelli, dal tocco di palla alla visione
di gioco, mezzo mondo invidia il numero 21 della nostra Nazionale.
Molti al suo posto giocherebbero con
gel, cerchietti, tatuaggi. Pirlo è essenziale, come il suo modo di
giocare. E' un mago, capace di far apparire semplici traiettorie che
farebbero rabbrividire Einstein ed Enrico Fermi, trova spazi che non
esistono. Pirlo è il cielo di Magritte, è la mezza dozzina di birre
per Bukowski, è il velo di Maya di Schopenhauer, è il “sapere di
non sapere” di Socrate che ci spinge al desiderio di conoscenza, è
il profumo del caffè.
Ecco, se proprio vogliamo trovare un
difetto, possiamo appellarci all'entusiasmo davanti alle telecamere,
ma è una maschera. Nella sua autobiografia, conferma che è il
fulcro dello spogliatoio di ogni squadra in cui ha giocato. Tutti
sono contenti di averlo nello spogliatoio, tranne Gattuso. Ringhio,
bersaglio dei suoi scherzi, lo ha più volte menato.
Una generazione di bambini sta
crescendo sui campetti facendosi la telecronaca all'urlo di “Pirlo
porta palla”, ma lo stesso Andrea è cresciuto con un idolo:
“Baggio. Giocare con lui è stato un sogno, ho studiato tutto per
cercare di imparare il più possibile”.
Ci perdonino Tottisti e Delpieristi, ma
ormai è evidente: dopo il Divin Codino, c'è Andrea Pirlo. Un
giocatore che si è guadagnato la standing ovation da San Siro,
Santiago Bernabeu e Maracanã. All'appello manca solo Wembley e poi
ci siamo, ma possiamo tranquillamente accontentarci.
2 Champions League, 1 Mondiale, 5
Scudetti, 1 Coppa Italia, 3 Supercoppe Italiane, 2 Supercoppe
europee, 1 Mondiale per club, 1 Europeo Under 21 (vinto da
capocannoniere), 1 bronzo olimpico ad Atene '04. Anche guardando la
sua bacheca, accontentarsi può bastare.
Pirlo, però, è uno che non si
accontenta e, a dire la verità, non ci accontentiamo neanche noi. Ci
hai regalato innumerevoli Storie, anzi, favole di Fútbol. Hai
giocato con Inter, Milan e Juve (proprio come Baggio) e continui ad
essere ammirato da tutti. Gli inglesi prima della partita di Manaus
hanno cantato God save the Queen. Noi rispondiamo così: “God save
Andrea Pirlo”.
lunedì 16 giugno 2014
Il primo sceicco del Fútbol
Molti di noi sono ormai abituati alle
spese folli degli emiri arabi nel mondo del calcio: questi personaggi
multimilionari hanno rivoluzionato, anche se forse sarebbe più
giusto dire stravolto, la visione del calcio attuale.
Come se non bastassero i soldi, i
tantissimi soldi circolanti nel globo calcistico, sono arrivati negli
ultimi anni i vari Al-Makthoum e soprattutto Al-Thani a spendere e
spandere infarcendo le rispettive squadre di campioni pagati a peso
d’oro, con buona pace del tanto decantato Fair Play Finanziario e
alimentando i sogni, forse i rancori, dei tifosi delle squadre che
tanta manna dal cielo non possono permettersela.
Ma forse pochi di noi sanno che la
prima volta che uno sceicco è salito alla ribalta del calcio non è
stato per un munifico acquisto, ma… per un gol annullato in prima
persona.
A dire il nome per intero c’è il
rischio che la lingua si contorca: Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah,
nato a Madinat al-Kuwait nel 1945, è ricordato nella sua patria, il
Kuwait, come l’artefice dell’esplosione bellissima ed effimera
del movimento calcistico del piccolo e ricchissimo angolo della
Penisola arabica, che raggiunse il suo culmine nel 1982, quando il
Kuwait ottenne la storica qualificazione alla fase finale della Coppa
del Mondo in Spagna.
Risultato storico ma forse non
inatteso: la Nazionale kuwaitiana vive infatti un momento di grande
splendore, anche per merito del suddetto sceicco, presidente federale
lungimirante che ha avuto il merito di affidare la squadra ad un
brasiliano atipico, Carlos Alberto Parreira, che fino a quel momento
fece fortuna nientemeno che in Ghana.
Parreira che in Kuwait vivrà
situazioni private forti come pugni nello stomaco, come cene
disgustose servite su fogli di giornale in mezzo al deserto, ma farà
a pieno il suo lavoro portando ad esempio la squadra al trionfo nella
Coppa d’Asia nel 1980 (con annessi ricchi premi donati dallo
sceicco) e guidandola alle Olimpiadi di Mosca.
L’Asia approfitta dell’allargamento
a 24 partecipanti della fase finale dei Mondiali, portando la sua
seconda innovativa rappresentante dopo l’Iran, formazione semi (ma
anche trequarti) dilettantistica che partecipò all’edizione 1978
in Argentina, ottenendo solo un pari contro la Scozia.
Tutti gli addetti ai lavori prevedono
per il Kuwait il classico ruolo di ‘squadra materasso’, alla pari
di altre formazioni esotiche come El Salvador (che ne prenderà 10
dall’Ungheria), Nuova Zelanda e Honduras. Ma a Valladolid, nella
partita di debutto, il Kuwait è capace di regalare un colpo a
sorpresa fermando la pur declinante Cecoslovacchia: al vantaggio di
Antonin Panenka, colui che inventò quel colpo conosciuto in Italia
come cucchiaio, ma che universalmente è stato brevettato col suo
nome, risponde l’attaccante Faisal Al-Dakhil, che da quel giorno
diventerà il re.
E oltretutto, la squadra mostra un
discreto calcio, dimostrando di non essere solo un fenomeno
folkroristico con tanto di cammello circolante spensierato nella sede
del ritiro. Però, questo brasiliano atipico la sa lunga…
La seconda partita, però, è già
sulla carta proibitiva: è quella contro la super Francia del
prossimo juventino Michel Platini, di Didier Six e di Jean Tigana,
quella squadra che due anni dopo, in patria, si laureerà campione
d’Europa. E che, per non saper leggere né scrivere, scende in
campo senza preoccuparsi di far troppo male all’avversario.
Il 21 giugno 1982, allo stadio Josè
Zorrilla di Valladolid non c’è storia: all’intervallo,
nonostante le prodezze dell’estremo difensore kuwaitiano Ahmed
Al-Tarabulsi, di professione capitano dell’esercito locale, i
galletti sono avanti per 3-0.
Nella ripresa la musica non cambia, la
Francia fa quello che vuole in campo e arriva al poker, firmato da
Alain Giresse dopo due minuti dall’inizio. Gol che però viene
contestato dagli asiatici, che vanno tutti a circondare l’arbitro,
il sovietico Miroslav Stupar: avevano sentito un fischio, c’è
stato un fischio, “eravamo fermi per quello”.
Stupar nega, si dirige verso il
centrocampo e intima ai kuwaitiani di smetterla. Fin quando, dalle
tribune, non si alza una persona che fa ampi cenni come a dire: “Ora
scendo in campo io”.
E come d’incanto, accompagnato da una
catena umana di sorveglianti, appare sul terreno di gioco lui, Fahad
Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, che solerte si avvicina al fischietto di
origine ucraina e dà vita ad un conciliabolo che dura almeno cinque
minuti; il tutto sotto gli occhi stupiti di tutti i presenti, dai
tifosi ai membri della Guardia Civil arrivati per proteggere lo
sceicco.
Fasi concitate, col ct francese Michel
Hidalgo che subisce anche una 'telecamerata', prima che Stupar, come
ipnotizzato dalle parole di Al-Sabah che minaccia il ritiro della
squadra, torna clamorosamente sui suoi passi: sì, c’è fuorigioco,
il gol è da annullare.
Ora è la Francia a protestare, quasi a
rinfacciare all’arbitro la situazione imbarazzante da lui creata,
ma dura poco; i bleus si ricompongono e arrivano comunque al poker
con Maxime Bossis, dopo che il Kuwait trovò la rete della bandiera
con Abdullah Al-Buloushi. Ma lo stupore rimane. E non mancherà di
far sentire i suoi strascichi.
Pagherà più di tutti proprio Stupar,
radiato dalla lista degli arbitri internazionali della Fifa; il
Kuwait perderà anche l’ultima gara del girone, con un
onorevolissimo 1-0 patito dall’Inghilterra con gol di Trevor
Francis, visto in Italia alla Sampdoria, ma poi cadrà in un lento e
inesorabile oblio.
Chi non pagherà, anzi vedrà la
propria carriera raggiungere altri picchi, è il ct Parreira, che nel
1994 potrà diventare profeta in patria portando sul trono Mondiale
dopo 24 anni dall’ultima volta il Brasile forse meno pronosticabile
di sempre.
Lo sceicco Fahad, per quella sua,
chiamiamola così, pittoresca invasione di campo, subirà solo una
multa di 10mila dollari. Morirà nel 1990, nel pieno dell’invasione
del Kuwait da parte delle milizie irachene di Saddam Hussein; forse
in battaglia, forse colpito a morte nella presa di un aereo sul quale
intendeva fuggire dal Paese.
Di lui rimarrà comunque il ricordo di
una Storia di Fútbol storica, da qualunque punto di vista la si
voglia leggere. Quella di uno sceicco pallonaro ante litteram che,
prima di influenzare il mercato, andava direttamente a influenzare
gli arbitri…
Christian Liotta
Christian Liotta
sabato 14 giugno 2014
Tra i due litiganti il terzo gode
Nel mese di giugno siamo abituati a
vivere il calcio, eccezion fatta per Mondiali ed Europei,
esclusivamente grazie alle trattative e ai colpi di mercato.
I campionati sono finiti, i giocatori
sono in vacanza e qualsiasi appassionato sente la mancanza nel fine
settimana dello sport che lo ha emozionato tutto l'anno. Ma se
torniamo indietro nel tempo, di ben 58 anni, vedremo che in un giorno
di giugno si giocò una partita di una coppa che, ancora oggi, tiene
milioni di persone con il fiato sospeso.
Era il 13 giugno 1956, giorno della
prima finale di Coppa dei Campioni. Era un calcio diverso. Se
pensiamo come nasce questo torneo che tiene incollati tutti noi al
televisore ogni anno, possiamo sorridere. La competizione sorge da
una diatriba tra il quotidiano francese L'Equipe e la stampa inglese.
I transalpini erano convinti che i loro
club fossero i migliori al mondo e che avrebbero potuto battere
qualunque squadra. Un invito a nozze per i britannici.
Gli inglesi hanno inventato il calcio e
si sentono padroni di questo sport. Ascoltare dei francesi che si
autonominano i migliori del mondo, è un affronto troppo grande, è
più di un insulto per gli inventori del football.
Così la UEFA coglie l'occasione e dà
la possibilità alle due nazioni di risolvere la questione sul campo.
Viene creata una competizione, la Coppa dei Campioni: un torneo di 16
squadre a eliminazione diretta. Ma che squadre prendevano parte a
questo nuovo torneo?
Adesso partecipano alla massima
competizione europea per club le squadre meglio piazzate a fine
campionato. Non quell'anno.
Al neonato torneo sono iscritte 16
formazioni, selezionate da L'Equipe. Viene quindi chiamata una
squadra per ogni nazione europea che la rivista considerava
calcisticamente adeguata. Tutto era quindi pronto per risolvere
finalmente il grande quesito: Francia o Inghilterra?
La risposta sorprende tutti. Il 13
giugno 1956, il Real Madrid di Alfredo Di Stefano vince la prima
edizione della Coppa dei Campioni. Ne vinceranno 5 di fila: erano gli
anni d'oro del grande Real, per dirla alla 883.
Una data antica, ma allo stesso tempo
moderna. Poche settimane fa, la Madrid a tinte bianche era in festa
per la vittoria della tanto agognata Decima. E' la prima squadra a
raggiungere la doppia cifra e una delle squadra più temute di
sempre. La squadra che incarna lo spirito delle Storie di Fútbol.
E pensare che tutto è nato da un
litigio tra francesi e inglesi...
Luca Coriani
Luca Coriani
venerdì 13 giugno 2014
Il tulipano mai sbocciato
Tutti conosciamo, o abbiamo
recentemente imparato a conoscere, la storia della grande Olanda del
1974: Arancia Meccanica. La macchina perfetta messa a punto da Rinus
Michels e meravigliosamente guidata in campo da quello che per molti
è stato il miglior giocatore europeo di tutti i tempi: Johan
Crujiff.
Quella squadra aveva un motore -
leggasi 11 titolare - talmente potente che andò fuori giri proprio
sul più bello, lasciando il titolo alla Germania Ovest.
I Mondiali, però, si tengono ogni 4
anni e quell’Olanda avrebbe potuto sicuramente godere di
un’ulteriore opportunità.
Alla vigilia del Mundial '78, gli
oranje erano i favoriti, reduci dal secondo posto alla rassegna
iridata precedente e dal terzo posto all’Europeo jugoslavo del
1976.
I titolari erano praticamente gli
stessi, un nome però, mancava: quello di Johan Crujiff.
Il
miglior giocatore d’Europa, vincitore di 3 palloni d’oro, colui
che aveva messo a ferro e fuoco la “vita da mediano” di Oriali
nella finale di coppa campioni del 1972 non figurava nella lista dei
convocati. Possibile?
Per 30 anni supposizioni e speculazioni
si sono susseguite freneticamente. Si è detto che l’addio fosse
dovuto a contrasti con la federazione olandese circa gli sponsor, si
è pensato che Crujiff si fosse schierato contro il regime di Videla
che all’epoca opprimeva l’Argentina (30000 desaparecidos vi
dicono qualcosa?). Alla fine è stato lo stesso Crujiff a fugare,
solo parzialmente, i dubbi. Nel 2008, infatti, l’anatroccolo dai
piedi d’oro ha rivelato di aver subìto nel 1977 un tentativo di
rapimento nella sua casa di Barcellona. A questo punto l’epicentro
del mistero si sposta. Non più perché Crujiff abbia deciso di
smettere col calcio, piuttosto, perché qualcuno cercò rapirlo? Le
ipotesi sono molteplici.
Emissari di Franco che volevano fargli
pagare il rifiuto al Real Madrid e la militanza nel Barcellona.
Oppure Videla, terrorizzato dal talento del “Profeta del Gol”
mandò degli uomini per intimargli di non partecipare e non rendere,
con la sua presenza, imbattibile la corazzata olandese. E se,
invece, più semplicemente fossero stati semplici criminali che
volevano soltanto estorcere qualche pesetas a Johan?
Il mistero resta e resterà, ma
visto che questa è, e deve essere, una storia di fútbol,
ricordiamoci che l’Olanda si presenta a quel Mondiale comunque con
una delle nazionali più forti di tutti i tempi e, come nel 1974,
arriva fino alla finale. Ancora contro i padroni di casa, questa
volta l’Argentina di Kempes (e di Videla).
La finale del Monumental di Buenos
Aires, giocata in un paese avvolto da un clima surreale, come si può
evincere dallo splendido film “Complici del Silenzio”, si
trascina sull’1-1 fino al 89’. Proprio in quel minuto, al
crepuscolo della partita o, se preferite, all’alba dei tempi
supplementari, l’Olanda ha la possibilità di entrare nella storia.
E’ da poco scoccato il 90' quando
Brandts batte un calcio di punizione. Il pallone è lunghissimo, la
difesa albiceleste mal posizionata e sul secondo palo sbuca
Rensenbrink, che anticipa l’estremo difensore argentino Fillol. Due
nazioni si fermano, forse trema perfino Videla. E’ un istante
infinito, di quelli che cambiano la storia, tre centimetri possono
ribaltare tutto, anche un regime.
Rensenbrink al momento del possibile
colpo del KO ha realizzato cinque gol, gli stessi del funambolo
argentino Mario Kempes. Se quella palla passa dalla parte giusta del
palo, vince anche la classifica cannonieri e, chissà, il Pallone
d’Oro. Gli Dei del calcio hanno, purtroppo per i tulipani, preso
altre decisioni.
Il sogno del Serpente, questo il
soprannome di Rensenbrink si infrange sul palo alla destra del
portiere. L’Argentina trionfa nel supplementare e Kempes, segnando
il provvisorio 2-1, prima del 3-1 di Bertoni, vince la classifica dei
bomber (bomber veri, non quelli che si “spaccanoammerda”, tanto
per intenderci). Ah, ovviamente anche il Pallone d’Oro prende una
strada diversa, finirà infatti tra le mani di Keegan, con
Rensenbrink solo terzo per i giurati di France Football.
Ancora oggi in Olanda si pensa che se
Crujiff avesse giocato quella finale, l’Argentina non avrebbe
vinto. Non ci è dato saperlo, sappiamo però che sarebbero bastati
tre centimetri per vincere comunque, anche senza il “Pelè bianco”.
Anche per questo il fútbol è meraviglioso. Non sempre vince la
squadra più romantica, non sempre vince la squadra più forte, ma il
calcio ti dà sempre una seconda possibilità e il meraviglioso gol
di Dennis Bergkamp al 90’ di un quarto di finale giocato al
Velodrome di Marsiglia nell’estate del 1998 ne è la dimostrazione.
Che partita era? Olanda-Argentina, ça
va sans dire...
Leopoldo Carugati
Leopoldo Carugati
giovedì 12 giugno 2014
Una promessa è una promessa
Il calcio è fatto di gioie e
delusioni. Questo lo abbiamo già detto, anzi. Questo è già stato
detto svariate volte. Però, nel giorno in cui inizia il Mondiale c'è
un fantasma che va cacciato dal Maracanà. Inutile stare a ricordare
la storia del Maracanazo (chi non conosce la vittoria dell'Uruguay
contro il Brasile nel 1950 ha sbagliato pagina). Partiamo dal momento
immediatamente successivo al fischio finale dell'inglese George
Reader. Un intero paese è gettato nella disperazione: il più grande
trauma sportivo, un lutto inimmaginabile. Un lutto che colpisce
moltissime famiglie.
“Mamma, ma perché papà è così
triste?”, chiede un ragazzo che non ha ancora compiuto 12 anni
“Lascialo stare un po' da solo”,
risponde la mamma.
Nonostante il consiglio della madre,
questo bambino si avvicina al padre e gli promette: “Papà,
tranquillo. Un giorno vincerò la Coppa del Mondo”.
Il percorso d'avvicinamento a quella
che era la Coppa Jules Rimet passa anche dai 15 anni, vissuti come
nessun ragazzino ha mai fatto. Al debutto con la maglia del Santos,
entrando al posto di Del Vecchio, quel ragazzo che voleva consolare
il padre segna contro il Corinthians de Santo André. Alla sua prima
stagione in prima squadra, segna 15 reti in 11 partite.
La convocazione al Mondiale arriva nel
1958. Si vola in Svezia e il ct Vicente Feola ha la possibilità di
unire due dei dei migliori del mondo: il famoso “quasi 12enne” e
Garrincha. Nella fase a gironi, la Seleçao conquista 5 punti in tre
partite (la vittoria valeva ancora 2 punti), segnando 5 reti senza
incassarne neanche una. Si arriva ai quarti di finale, si gioca a
Goteborg. E' il 19 giugno del 1958, il Brasile gioca come sa, ma il
Galles non si lascia infilare. Ci pensa il “quasi 12enne” a
mandare la squadra di Vicente Feola in semifinale con un gol al
66esimo.
In semifinale, è tutto più facile.
5-2 alla Francia, con reti di Didi, Vavà e tripletta di quello che
nel giorno del Maracanazo non aveva ancora 12 anni. Sempre lui.
La finale si gioca il 29 giugno a
Solna, stesso stadio della semifinale. Stesso stadio e stesso
risultato. La Svezia si inchina 5-2, con i padroni di casa che hanno
la malsana idea di passare in vantaggio dopo 4 minuti con Liedholm,
che in Italia conosceremo come il Barone. Vavà ne fa due, doppietta
anche del ragazzino di prima e gol di Zagallo.
Il Brasile conquista la prima delle tre
Coppe Rimet, per la prima volta è campione del Mondo. Per la prima
volta, il Maracanazo viene messo in secondo piano. Otto anni dopo, la
promessa è mantenuta. La promessa di Edson Arantes do Nascimento.
mercoledì 11 giugno 2014
I ragazzi di Bruno Metsu
Tra poche ore inizierà il Mondiale di Brasile 2014. La gara inaugurale mette di fronte il paese ospitante e la Croazia. Dal 2006, la prima partita viene però giocata dalla squadra di casa e non dal campione in carica. Un cambio avvenuto anche per colpa del Senegal, che a Seul nel 2002 ci regala una delle più grandi “Storie di Fútbol”.
Al Seoul World Cup Stadium, tutti aspettano quella Francia capace di vincere Mondiali ed Europei nel giro di due anni, trascinati da un giocatore unico nelle movenze e nella lettura di questo gioco, ma assente in questa partita: Zinedine Zidane. Invece, a sorpresa, è il Senegal a vincere, dando inizio al Mondiale degli 'underdog', dei sottovalutati e delle sorprese. Come puoi parlare di sorpresa davanti a Bruno Metsu? Uno che si è convertito all'Islam per amore della moglie e si faceva Abdu Karim. Il modulo è semplicissimo: 4-5-1, composto da Sylva; Coly, Malik Diop, Diatta, Daf; Mo. Ndiaye, A. Cissè, Diao, Bouba Diop, Fadiga e Diouf.
E chi sono questi qua? Contro ci sono giocatori come Vieira, Henry, Trezeguet, Barthez, Desailly e molti altri, ma se il calcio fosse matematica, non ci sarebbe spazio per queste storie.
A dire la verità, non ci sarebbe stato spazio per questa storia se Trezeguet, dopo aver ricevuto palla da Henry, avesse gonfiato la rete. Invece, la palla, deviata dallo sguardo di Sylva, si schianta contro il palo. Niente da fare.
Lemerre, ct francese, capisce che è una serata storta, una serata scritta al contrario. Djorkaeff, noto per la sua tecnica, ma non per il fisico, perde un brutto pallone in mezzo. Diouf si lancia sulla corsia sinistra, in mezzo si fionda Bouba Diop, anticipato da Petit. Occasione sprecata? Assolutamente no, perché in qualche modo il pallone rimane lì e Diop insacca l'1-0 alla mezz'ora. La corsa del numero 19 senegalese è diretta alla bandierina. Maglia per terra e tutti attorno a ballare. Eppure, da qualche parte avevamo già visto un giocatore africano battere un portiere campione in carica e correre all'angolo: Roger Milla, Argentina-Camerun, San Siro, Italia '90.
La Francia è stordita, questi ragazzi dalla pelle d'ebano hanno il sangue negli occhi. Nel secondo tempo, Fadiga (sì, quello preso dall'Inter e mai sceso in campo per un problema al cuore) scherza Leboeuf, ma il suo mancino sbatte contro la traversa.
Disperazione. Una storia troppo bella fermata dalla traversa? No, perché la storia ormai è scritta. Dugarry spizza, Henry controlla e, con le sue movenze da cigno, disegna un destro a giro che ipnotizza tutto lo stadio di Seul, ma il destino è scritto. Traversa e vittoria al Senegal. I 62651 spettatori del Seoul World Cup Stadium sono increduli, così come i giocatori allenati da Bruno Metsu.
Il Mondiale 2002 si concluderà agli ottavi per il Senegal. Dopo aver pareggiato contro Danimarca e Uruguay (erano avanti 3-0 contro la Celeste dopo 38 minuti), Diouf e compagni arrivano fino ai quarti di finale. Agli ottavi, si arrende la Svezia, ma nel turno successivo è il golden goal di Ilhan Mansiz a interrompere la favola senegalese. Niente lieto fine, ma un posto nelle Storie del Fútbol non può non essere riservato a loro.
Al Seoul World Cup Stadium, tutti aspettano quella Francia capace di vincere Mondiali ed Europei nel giro di due anni, trascinati da un giocatore unico nelle movenze e nella lettura di questo gioco, ma assente in questa partita: Zinedine Zidane. Invece, a sorpresa, è il Senegal a vincere, dando inizio al Mondiale degli 'underdog', dei sottovalutati e delle sorprese. Come puoi parlare di sorpresa davanti a Bruno Metsu? Uno che si è convertito all'Islam per amore della moglie e si faceva Abdu Karim. Il modulo è semplicissimo: 4-5-1, composto da Sylva; Coly, Malik Diop, Diatta, Daf; Mo. Ndiaye, A. Cissè, Diao, Bouba Diop, Fadiga e Diouf.
E chi sono questi qua? Contro ci sono giocatori come Vieira, Henry, Trezeguet, Barthez, Desailly e molti altri, ma se il calcio fosse matematica, non ci sarebbe spazio per queste storie.
A dire la verità, non ci sarebbe stato spazio per questa storia se Trezeguet, dopo aver ricevuto palla da Henry, avesse gonfiato la rete. Invece, la palla, deviata dallo sguardo di Sylva, si schianta contro il palo. Niente da fare.
Lemerre, ct francese, capisce che è una serata storta, una serata scritta al contrario. Djorkaeff, noto per la sua tecnica, ma non per il fisico, perde un brutto pallone in mezzo. Diouf si lancia sulla corsia sinistra, in mezzo si fionda Bouba Diop, anticipato da Petit. Occasione sprecata? Assolutamente no, perché in qualche modo il pallone rimane lì e Diop insacca l'1-0 alla mezz'ora. La corsa del numero 19 senegalese è diretta alla bandierina. Maglia per terra e tutti attorno a ballare. Eppure, da qualche parte avevamo già visto un giocatore africano battere un portiere campione in carica e correre all'angolo: Roger Milla, Argentina-Camerun, San Siro, Italia '90.
La Francia è stordita, questi ragazzi dalla pelle d'ebano hanno il sangue negli occhi. Nel secondo tempo, Fadiga (sì, quello preso dall'Inter e mai sceso in campo per un problema al cuore) scherza Leboeuf, ma il suo mancino sbatte contro la traversa.
Disperazione. Una storia troppo bella fermata dalla traversa? No, perché la storia ormai è scritta. Dugarry spizza, Henry controlla e, con le sue movenze da cigno, disegna un destro a giro che ipnotizza tutto lo stadio di Seul, ma il destino è scritto. Traversa e vittoria al Senegal. I 62651 spettatori del Seoul World Cup Stadium sono increduli, così come i giocatori allenati da Bruno Metsu.
Il Mondiale 2002 si concluderà agli ottavi per il Senegal. Dopo aver pareggiato contro Danimarca e Uruguay (erano avanti 3-0 contro la Celeste dopo 38 minuti), Diouf e compagni arrivano fino ai quarti di finale. Agli ottavi, si arrende la Svezia, ma nel turno successivo è il golden goal di Ilhan Mansiz a interrompere la favola senegalese. Niente lieto fine, ma un posto nelle Storie del Fútbol non può non essere riservato a loro.
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